—I complimenti sono come i fiori, signor duca, non bisogna ripeterli o odorarli troppo, perchè avvizziscono. Del resto so di poter essere bella: tutti al mondo lo possono colla mia teorica,—seguì smorzando il tono altero di quelle parole in un sibilo d'ironia,—non per tutti però. Ma quando si crede che solo gli scultori traggano dalla creta una bella donna, e voi forse signor duca... Ebbene,—lo interruppe:—quell'incognito conte G. della Dame aux Camélias, per citarvi un romanzo, che pare vi abbia divertito, il quale lanciò Margherita nel mondo, fu uno scultore.
—Di nuovo genere.
—Forse del migliore. Le statue di marmo durano, le statue di carne muoiono; la fragilità della propria opera deve aumentarne il prezzo e la passione.
Questa volta il duca fu scosso, e la conversazione languì. Secondo il solito egli finiva per imbrogliarsi con quella ragazza, alla quale nè la imprudenza di certi discorsi faceva alcun senso, nè egli poteva mai apparire favorevolmente sopra un terreno tutto proprio. Il duca, che non era veramente un uomo di spirito, aveva bisogno della superiorità nella lotta per non diventare uno sciocco.
Rimasero ancora alla finestra; Jela ed Enrico suonavano un valzer a quattro mani, mentre il conte Alberto, sdraiato sopra una poltrona, sfogliava un giornale di caccia ornato di stampe.
Ida, accorgendosi che quel silenzio opprimeva il duca, non volle romperlo, giacchè la passione nasce quasi sempre da un capriccio, e il capriccio da un momento d'imbarazzo presso una donna. Quindi si era appoggiata alla finestra, in una posa distratta ma di una sapiente provocazione, mentre il duca, per dissimulare la propria incertezza, fingeva di guardarle nella faccia con una attenzione incantata.
Ma, volendo pur trovare una risposta, non la trovò.
Ida si tolse adagio dalla finestra.
—Ci lasciate?—egli domandò, tanto per riafferrare il dialogo.
—Perdono,—seguitò:—la finestra della biblioteca risponde contro la mia, ed io, che stento ad addormentarmi, ci veggo ancora il lume tardissimo.