Salì in biblioteca e sedette al tavolone. La notte era così tiepida, che aperse uno dei larghi finestroni. Ascoltò il rumore sommesso del bosco come un murmure di onde che si ripiegassero ad una scogliera, e vi trovò una strana rassomiglianza col sentimento, che la faceva ondeggiare in quel momento, senza sforzo, dentro un'altra ombra, in un silenzio, pel quale anche la memoria perdeva tutte le proprie voci. Una quiete tremula si spandeva sotto gli sguardi delle stelle raggruppate lassù quasi in una immobilità di bivacco, e per la campagna piena di sogni e di brividi giungeva sino alla fanciulla. Ascoltò il bisbiglio delle elci, osservò sul pavimento la trepidazione del raggio lunare, che pareva fremere al vento della finestra come un mantello caduto ad un fantasma invisibile, poi tutte quelle ombre, ondeggianti più cupamente agli angoli e sotto la volta della biblioteca, diedero al suo pensiero una fluttuazione anche più leggiera. Gli scaffali, prolungandosi nella tenebra, allineavano sui vecchi libri di cartapecora una fila di sorrisi cadaverici, mentre in un angolo il busto di un filosofo pareva drizzarsi in un'immobilità di evocazione e, in alto, sopra la porta, la cerea salma del crocifisso saliva per la notte con una ascensione miracolosa di apoteosi. La sua immaginazione vibrò; le sembrò di essere nel mezzo di un gran quadro, come un capolavoro di Gherardo delle Notti, di una bellezza universale e di un prestigio irresistibile. Era seduta sulla poltrona di cuoio, le gambe nascoste dentro il tavolone, il seno illuminato dalla palla a petrolio riparata da un cappello verde, che le lasciava la faccia come dentro un'ombra piena di trasparenze marine. Allora pensò al duca, quasi ad una conquista già stabilita. Era secco, vecchio, ritinto, affettato come un commediante, insolente come un giudice, ma con quella indefinibile e morbosa eleganza, che è ancora l'ultima fisonomia della nobiltà oligarchica di un tempo. Invano colle riottosità vanitose del libertino, che vorrebbe servirsi di tutto e poi riderne, egli cercava di resisterle e di impacciarla; Ida lo aveva già arretato, e senza librare oltre la decisione fatale, si abbandonava a questo nuovo senso di intimo appagamento. Aveva l'anima sospesa, i sensi vibranti. D'improvviso le parve intendere un rumore soffocato di passi alla porta; palpitò, ebbe un lampo.

—È lui!—esclamò in sè stessa, prima ancora che il battente girasse; e riabbassando gli occhi sul libro finse di studiare.

Il duca entrò bussando leggermente, senza candeliere; si fermò un istante sulla porta in punta di piedi.

—Oh!—fe' Ida, respingendo appena la poltrona e levandosi come nel timore di qualche grave notizia.

—Perdono... prego... sono venuto per un libro.

—Una ispirazione improvvisa! Temevo quasi di una disgrazia, così, al buio. Un libro! Quale, signor duca?—E scostando maggiormente la poltrona si mosse per venirgli incontro.

Un solo lume a petrolio sul tavolo illuminava lo stanzone. Il duca si guardò attorno, poi la guardò. La fanciulla finse di non comprendere quell'occhiata.

—Non lo so il suo titolo.

—Allora lo cerchi,—e ripassando dietro il tavolo si risedette tranquillamente.

—Non mi aiutereste?