Nicolò non trovò la risposta.

Io l'avrei trovata inviandogli la chiave del mio scrigno come la chiave della biblioteca.»

—Il duca mi ha detto d'aspettare la risposta,—le disse il cameriere colla dissimulata finezza di un uomo uso a simili incombenze.

Ida, che aveva letto indifferentemente quel biglietto, andò al tavolo e scrisse:

«Filippo di Macedonia si vantava di pigliare ogni fortezza nella quale potesse introdurre un asino carico d'oro; vanto di mediocre capitano, uso ad assaltare villaggi troppo poveri per scapitare in una resa».

Il duca, che attendeva la risposta facendo toeletta, ne fu dolorosamente punto. Quel giorno Ida non comparve che a pranzo e fu insensibile a tutte le sue allusioni, anche le più trasparenti. Dal proprio canto il duca sempre più irritato cominciava a smarrirsi, parendogli quasi un sogno di essere tanto trascorso con quella ragazza e che ella non se ne fosse offesa. Ma se da provetto conoscitore egli le aveva riconosciuta fino dal primo giorno la stoffa di una gran signora, capace ancora più d'ispirare follie che di commetterne, e si era incapricciato per la vanità di creare un ultimo scandaloso capolavoro, la fanciulla, che aveva troppa forza d'esperienza per cadere nel primo tranello, tratto tratto gli ricompariva ancora giovinetta, col fascino leggero della propria età e le provocazioni delle primizie.

Così le difficoltà, che avevano salvato il conte Alberto, finirono di perdere il duca. Egli non volle confessarsi inferiore ad una maestra, dopo essere stato battuto come uno scolaro. Questa amara parola gli era rimasta nella strozza e pareva soffocarlo, quando ella lo guardava placidamente senza abusare della vittoria.

—Dunque?—gli domandò il conte Alberto, sorprendendolo a contemplare la fanciulla, che si allontanava al braccio di Jela coll'Alidosi verso il bosco.

Il duca alzò una spalla colla più suprema indifferenza, ma il conte Alberto, che aveva saputo dalla Nencia la visita notturna in biblioteca e ne indovinava il risultato, ripetè il suo primo sorriso di sarcasmo.