Il duca corse sulle loro tracce per il bosco, ma Ida non c'era più. Raggiunse i fidanzati, passeggiarono per il gran viale; poi i due uomini, che s'intendevano a meraviglia, vollero ritornare.

Jela era triste, la sera passò male. Ida non scese dalla propria camera, Jela suonò, cantò inutilmente, mentre Enrico e il duca parlavano in un canto della maestra, la quale dopo il matrimonio della sorella di latte si troverebbe a mal partito.

—Cederà.

—Ne dubito,—ribatteva il duca, che, esagerando la iattanza col conte Alberto, esagerava la diffidenza con Enrico, un giovane, che poteva facilmente scavalcarlo:—tu non la conosci, è una di quelle donne alla Dumas, che calcolano sempre ed hanno troppa testa per avere molti sensi o abbastanza cuore.

—Ma se è quasi brutta!

—Tanto meglio.

Così passarono vari giorni, poi Enrico partì e non rimase che il duca, del quale il capriccio nascente era omai noto a tutti grazie alla Nencia. Ida durava la solita manovra e gli parlava spesso dell'Alidosi, del suo matrimonio con Jela, della felicità di quest'ultima sposando un uomo così raramente bello. E a poco a poco quella ammirazione della forma le si riscaldava suo malgrado nell'anima, con quella incessante preoccupazione di eccitare la voluttà negli altri.

Adesso la sua fantasia di poeta offriva tutto un carnevale di orgie al suo cuore di vergine e ai suoi sensi di donna; non desiderava più, chiedeva: non saliva alla lussuria, vi discendeva colla famelica ostinazione di una abitudine irritata dall'impotenza stessa. Era sempre la fanciulla dalle immaginazioni sultaniche, la quale voleva essere amata invece di amare, avere un uomo piuttosto che una passione, ma con un egoismo più cosciente ed una raffinatezza più corrotta. La sua lussuria aveva l'acrimonia dell'odio sotto tutta quella pompa di pensiero, ed era come il crocicchio di tutte le strade della sua anima, il vertice di tutta la sua vita. Ella, che non poteva essere un giorno se non per la lascivia, se n'era fatta come una mazza medievale dalle punte dentate; se non che, tenendola sempre in mano o fra le ginocchia, vi si pungeva soventi ella medesima.

Innamorare Enrico schiacciando Jela, suo padre, il duca di Rivola ed Enrico stesso, qual sogno!

Lo aveva fatto, poi lo aveva ripetuto.