—Sia!—gridò facendole un passo incontro; ma ella agitò la mano ad un gesto di addio, di provocazione, di ripulsa, e fuggì per la porta. Il duca l'inseguì come un fanciullo, ma potè appena vedere le sue sottane svoltare all'uscio dell'appartamento. Ida proseguì; appena nel salotto s'incontrò nella Nencia, che la cercava da parte di Jela. La vecchia notò quell'aria trionfante della fanciulla e si morse le labbra per frenare una malignità irriflessiva, che l'altra fu pronta a coglierle nella contrazione della bocca.
—La signorina vorrebbe scrivere una lettera da consegnare al signor duca, che parte. Aspetta giù nel salone: il signor duca parte fra poco.
—Ritornerà.
—Quando si è amati in una casa ci si ritorna.
—Non sempre, buona Nencia; ma quando si ama sì.
Jela era già seduta al tavolo colla fronte aggrottata e la penna nelle mani. Voleva scrivere una lettera ad Enrico, ma con tutti gli sforzi non era riuscita ad andare oltre l'esordio, un periodo veramente orribile. Aveva quasi pianto di rabbia, poi si era dovuta decidere a mandare per Ida. Questa, già abbastanza informata dalle parole della Nencia, sorrise a quella confessione di una lettera segreta, cui il duca faceva da corriere. Quindi rispose subito:
—Scrivi.
Jela, ammirata di quel facile talento d'improvvisazione, la guardava ansiosamente.
—Scrivi pure; sarà una bella lettera, degna di voi due:—e mentre Jela si accomodava meglio al tavolo, Ida cominciò a passeggiarle dietro per la stanza. Era diventata pallida; la voce le tremò nel pronunziare il nome di Enrico. Colla sua prontezza agli espedienti aveva già traveduto tutto il partito, che poteva trarre da quella lettera.