E Ida perfettamente sicura ricominciò a passeggiare verso il conte. Una indefinibile umidità le appannava la levigatezza della fronte, mettendole sulle gote un pallore di emaciazione; gli si appressò, sempre cogli occhi negli occhi, e con un gesto quasi grave gli tese la mano. Egli meravigliato, commosso, gliela strinse, avvolgendosi involontariamente nella luce del suo sguardo. In quel momento ella gli si chinava sovra i capelli biondi, divisi femminilmente sulla fronte, curvandogliela con una terribilità di atto amoroso, cui il pericolo di quel silenzio e lo stesso lividore del volto davano una solennità quasi tragica.
Quindi ripetè, staccando ad una ad una le parole:
«Io non lo so perchè ti ami, ma ti amo dal primo giorno che ti ho veduto, ti amo ancora, ti amerò sempre, anche se tu non mi amassi o, per una orribile brutalità del destino, dovessimo separarci per sempre prima di esserci uniti eternamente. Mi somigli quasi: sei bello come una donna».
—Questa poi è una insolenza:—disse Jela senza voltarsi.
Ida, piegata sul volto di Enrico, lo divorava cogli occhi dilatati:
—Aspetta,—susurrò con accento convulso.
«Sei bello, ti amo, ti voglio...».
—Ti voglio,—ripetè con voce strozzata, ed avventandoglisi colla furia dell'aquila, gli si posò fremente, feroce, ferita, sulla bocca. Egli, preso da quel bacio, ebbe appena la forza di resistere all'urto; non capì. Gli parve che un unghione gli si piantasse nel cuore, che gli bruciassero le labbra. Chiuse gli occhi, li riaprì, e vide Ida rivolgersi bruscamente col viso stravolto e dare in una risata stridente.
—Oh!—esclamò Jela, che si voltava in quel punto, e rimase tutta meravigliata di vedere Enrico ancora per mano di Ida. Egli non si poteva rimettere, ma l'altra, ridendo sempre più naturalmente gli diè una scossa disperata, mentre ubbriaca dal soverchio riso andava ad abbattersi sopra una poltrona.
Allora anche Enrico sorrise.