—Qui: l'ami?
—Come un pazzo.
—Lo sei.
L'indomani la marchesa di Renzuno, ancora indispettita col conte Alberto, il quale aveva rifiutato ogni ragione perchè il matrimonio accadesse pomposamente in città colla esposizione del corredo, i ricevimenti, le feste, il corteo dei parenti, la folla curiosa (un trionfo per la famiglia ed una vera entrata nel mondo dal gran portone aperto a due battenti), colla sua consueta febbrilità cercò subito del curato. Voleva intendersi seco per la cerimonia, preparando una festa campestre; ma poi non era contenta, e tornava sulla sconvenienza di questo matrimonio di sotterfugio, quasi Jela non fosse la contessa di Valdiffusa e il conte Enrico non portasse uno dei nomi più belli della provincia. Se non che il conte Alberto, il quale si vedeva innanzi tutta la schiera delle noie e delle contrarietà mascherate di cortesie, già ristufo del mondo ed inchine per pigrizia alla misantropia, non si lasciava punto smuovere e cercava di placarla, confessandole ripetutamente il proprio torto. Il duca lo sosteneva per sollazzo, il conte Enrico affettava una grande passività, piena di rispetto affettuoso per il suocero e di amore per Jela, cui il frastuono vagheggiato dalla zia spauriva. Ma ella si arrabattava ancora. La sua attività, diventata proverbiale nel vasto circolo delle sue relazioni, non aveva requie. Purchè ci fosse una causa, nella quale aver ragione a furia di dare torto agli altri, il titolo non importava; ella vi dava dentro soffiando, anfanando, girando sempre su sè medesima, e parendole così di fare il giro del mondo.
—Mio Dio!—aveva esclamato il conte Alberto dopo un assalto:—la vita deve sembrarvi ben breve.
—Ma l'ozio è orribile.
—Forse v'ingannate,—ribattè colla sua felice indolenza, allungandosi sulla poltrona e seguendo con occhio distratto il fumo azzurrino del proprio sigaro.
—Anche l'ozio deve essere stato calunniato: il destino di tutti i grandi!
Ida sorrise di approvazione.