—Ma come si fa a stare in ozio, pensando sempre?

—Non si pensa: non è vero, signorina Ida, voi che pensate sempre?

La fanciulla ripetè col conte il suo fine sorriso, e la marchesa non potè frenare un gesto d'impazienza.

Quella mattina, benchè il sole fosse già alto, volle partire per la parrocchia. Sarebbe stata una passeggiata.

—Andiamo a cavallo?—sclamò Ida guardando il conte Enrico.

—L'invito è a piedi,—ripetè secco secco la marchesa, e si volse al duca, perchè egli pure fosse della partita. Questi rispose con un inchino e, passando vicino alla fanciulla:

—Fate presto,—le disse:—la marchesa ha sempre fretta.

—Suo marito ne aveva anche più, giacchè è vedova.

—Ah!—gridò il duca, frenando a stento una risatina, e corse dal conte Alberto a ridirgli il motto.

Ida salì al proprio appartamento, si acconciò un velo nero sui capelli e prese il frustino invece dell'ombrello. Per le scale s'incontrò con Jela; la marchesa aspettava già sul portone col duca ed Enrico. Era un grazioso mattino. Traversarono il vecchio bosco, umido di nuova vita, cogliendo qualche viola serotina, la marchesa al braccio del duca, e Jela a quello della marchesa, Ida innanzi con Enrico. Benchè lo scopo della passeggiata fosse lieto e il cielo sorridente, parevano tutti malcontenti. Parlavano poco. Jela, col pensiero alla chiesa del suo matrimonio, seguiva coll'occhio i passi di Enrico, il duca ascoltava senza intenderle le parole di quei due davanti, che parevano camminare senza il solito brio. Il viale fu interminabile.