Si arrestarono l'una in faccia all'altro, ma non parlarono più. Il duca li raggiunse, poi salirono la boscosa costiera per una piccola calagna, che menava alla parrocchia. La marchesa, vestita di un ricco abito da città, si lagnava incessantemente dei pruni e del terreno così sdrucciolevole e disuguale, che ad ogni passo si correva rischio di cadere.
—La strada del paradiso è malagevole,—disse Ida all'orecchio di Jela, ma così che il conte intendesse. La fanciulla ebbe un divino sorriso e non rispose. Si era separata dalla marchesa e camminava tutta raccolta, parendole di spingersi con quella passeggiata sul terreno del matrimonio, un mondo arcano, lungi sulle sponde dell'avvenire quando lo guardava dall'inferriata del convento, ed ora tanto presso che vi approdava. Il cuore le si apriva a tutte le sensazioni dell'ignoto, e tutte le ascensioni, che la poesia vi aveva deposto, si alzavano con un fremito sonoro di ali. Si sentiva così buona, che non camminava più, trasvolava; una misteriosa leggerezza la sollevava come un vento e, respingendole i capelli della fronte, gliela arrovesciava con una deliziosa espressione di fantasticaggine.
Ida se ne accorse e strinse i denti.
—Mi odiate dunque?—chiese il conte Enrico, avvicinandosele ad un mal passo per offrirle il braccio.
—Non ancora.
Ma accettò il braccio e, poichè toccavano la volta del monte, affrettarono il passo. I cespugli, più radi e più piccoli, non presentavano quasi più resistenza, sparsi qua e là come dalla mano di un abile giardiniere sopra una spianata arsiccia, aperta nel mezzo da una larga chierica arenosa. Una infinità di sassolini bianchi la smaltavano di piccoli sorrisi tra mille fiocchetti di erba rugosa e rattratta come un avanzo d'incendio. Ida si mirò attorno; il paesaggio si spiegava in tutta la pompa della sua verde serenità.
—Come è bella!—esclamò, voltandosi alla chiesa celata capricciosamente fra cinque o sei elci secolari sulla cresta del monte, ma troppo indietro perchè dal palazzo la si vedesse.
—Un nido!
—D'amore?