A questa insolenza detta col miglior garbo tutti risero, ma la marchesa potè appena frenarne il dispetto, e condensò tutta la propria risposta in una di quelle occhiate di alterigia, che le grandi dame e gli uomini superiori trovano così spesso e così terribilmente. Ida non volle accorgersene e si mosse la prima verso la chiesa.
Camminavano per una strada abbastanza comoda sul ciglione del monte, chiusa in fondo da un'alta croce di legno, un centinaio di passi prima della parrocchia. A piedi della croce sopra una pagina di ferro era incisa un'iscrizione.
—Che cos'è?—dimandò appressandosi il conte Enrico.
—Un invito a pregare,—rispose Ida,—per una ragazza che si suicidò abbracciata alla croce; l'amante l'aveva abbandonata.
—Ed ella abbandonò l'amante,—ribattè il duca col solito spirito:—la partita è pari.
Ma tutti si volsero.
—Ah!—esclamò il duca nello scorgere una grossa figura di donna, nascosta presso un'elce facendo dei segni precipitosi a qualcuno invisibile dietro un'alta siepe di bossolo:—ecco la Perpetua!—Ed aveva appena finito l'esclamazione, che si vide sgattaiolare con una vanga in mano, curvo della persona, scamiciato, un uomo nero e, rivolgendo bassamente la testa, fuggire ancora con più impeto.
—Lo avevi detto!—proruppe il duca con Jela:—il tuo don Natale scappa.
Allora affrettarono il passo, ed arrivarono prontamente sul sagrato. La chiesa e la canonica addossate in un piccolo prato verde, sotto l'ombra delle elci, parevano due novità infantili nella loro pallida tinta rosea. La chiesa ancora più piccina, inquadrata da una lista turchina, colla porta gialla e due finestrelle rotonde, guernite esteriormente di due inginocchiatoi di sasso, finiva in un delta di pietre azzurre dentate, che le ricamavano l'ombra sotto il tetto. Una croce di legno, piantata sopra uno scalino ed inchiodata nel muro a destra, difendeva la porta; il campanile arrivava appena alla forcata delle elci, ed era roseo anch'esso colle campane brune. Un piccione casalingo vi tubava in quel momento sulla crocetta di ferro, mentre un altro passeggiava sul tetto muschioso della canonica, alta di un piano e larga di tre finestre, per due delle quali si vedeva una camera rosea, listata di azzurro. E quell'uniforme soavità di colori sotto la severità delle elci, su quella cima, fra quella immensa verdura dei monti, aveva una grazia di capriccio impreveduto, una amabilità piena di ingenua pretensione. Di fianco l'orto ed il cimitero, uniti dalla medesima siepe di bosso, ambedue senza cancello, compivano il quadro con una finitezza di più, e si aiutavano scambievolmente per quella vita grassa delle loro vegetazioni.