—L'ho già avvisato, li abbiamo visti venire, li ho visti io; si accomodino, adesso glielo vado a dire; ecco, si mettano a sedere. Compatiranno, vado e vengo subito; se hanno un po' di pazienza...—e, malgrado la disinvoltura di tutte queste parole, stentava a riaprire l'uscio del salottino a fianco della porta, nel quale li aveva introdotti. Il salottino era una stanzetta bianca, coi travicelli fiorati. La marchesa, che si era già seduta sull'unico sofà di paglia, fu la prima a sorridere dei sopramobili ordinati scrupolosamente sopra un piccolo tavolo da muro. Una Madonna e un Pio IX, entro due cornicette dorate, vi occhieggiavano fra molte linee di scatoline di zolfanelli di cera, rafforzate da due altre di sassi rari, pieni di asperità gemmee e di gobbe arabescate, come se dovessero segnare su quel tavolo i confini di due proprietà e mettere un ostacolo prudente nella solitudine di quei due. La Madonna era sola, colla bella faccia intenerita; Pio IX in ginocchio, le mani giunte, pregava con una compostezza elegante, tenendole gli occhi nel volto, dolci di affetto e di ispirazione. Ma le scatoline erano vecchie; Jela ne riconobbe molte alle figurine, già usate dal conte Alberto e che don Natale aveva intascate a una a una, nelle sere che veniva al castello. Anche Jela sorrise, poi tornò ad abbassare gli occhi; il conte Enrico osservava con Ida le rose della finestra. La finestra era senza tende.

Il duca, che aveva lasciato la marchesa sul sofà, si avvicinò loro.

—Rose bianche, amore pallido.

Ida si volse per rispondere, ma in quel punto si aperse l'uscio e don Natale si presentò tutto vestito di nero, colla sua faccia buona ed angolosa, così sbigottito dell'onore di tali ospiti, che la fanciulla commossa gli andò incontro come ad una vecchia conoscenza.

—Tocca a noi di cercarvi fino quassù: la nostra visita è di rimprovero.

—Signorina,—disse col suo più dolce sorriso, cavandosi solo allora la berretta nuova della domenica.

E il disgraziato non trovò altro; ma per colmo di sciagura, guardandosi le mani vi scoperse sul dosso una striatura del lucido dato or ora alle scarpe; e allora non capì più. Si trovò in mezzo a quel gruppo di gente mondana, tanto dissimili dal conte Alberto, col quale parlava di lepri come cogli altri parrocchiani, affabile, alla mano, che non pareva nemmeno un conte. Essi invece lo osservavano sorridendo sotto la loro educata serietà, perchè lo avevano veduto scappare scamiciato colla vanga, e trovavano ridicolo il suo salotto e lui peggio; indovinavano che si era mutato di veste per loro, si era lustrato le scarpe; poi ne avrebbero parlato scherzando al castello chissà quanti giorni, essendo venuti a trovarlo non sapeva perchè, forse solo per ridere. Quindi si girò gli occhi intorno senza vedere, in piedi fra le due fanciulle, come un prigioniero tra due gendarmi.

Il duca dovette ricordarsi di essere un gentiluomo per non dare in una risata, il conte Enrico si mordeva le labbra sotto i baffetti biondi. Ma la marchesa, che si era levata, gli andò incontro, lo fece sedere sul sofà accanto a lei e gli parlò del matrimonio di Jela, delle pubblicazioni, mentre egli rispondeva sempre di sì colle mani supine sui ginocchi, pensando che aveva il collare poco bianco, la barba vecchia di cinque giorni e le calze di un nero un po' rossiccio. Quando capì finalmente, alla terza volta, che il matrimonio della contessina si farebbe nella sua chiesa, si gettò indietro guardando la marchesa.

—Spero che non avrete difficoltà.

—Signora... ma la mia chiesa... troppo onore.