—Avete conosciuto Jela bambina.
—No, no, signora, non sono stato io, fu il mio predecessore.
La marchesa non finì la frase, e chiamò Jela.
—Abbiamo accomodato tutto, carina: don Natale,—e lo guardò in modo che ne fosse lusingato,—ti sposerà l'ultima domenica di quest'altro mese. Puoi ringraziarlo del regalo, sarà il maggiore che riceverai.
Jela arrossì leggermente.
—Verrà qualche volta da noi?—gli chiese colla sua grazia:—Papà lo ricorda spesso, lo ricordo anch'io.
—Adesso non lo dimenticherai più, non è vero?
Jela fece un atto grazioso colle spalle, e don Natale si sentì come sollevato da un gran peso.
Durante la conversazione la sua fisonomia si era andata schiarando, facendosi mano mano più simpatica, con quei capelli brizzolati, che gli davano un'aria rispettabile, e il sorriso della sua bocca grande a magnifici denti, che addolciva la durezza di tutte quelle angolosità già rugose e abbruciate dal sole. Si capiva che doveva essere un buon uomo, senza molta pietà, ma con abbastanza cuore, di un'umiltà più selvatica che servile, rimasto contadino malgrado gli studi fatti e le cure del sacerdozio. Ma un altro pensiero lo scombuiò improvvisamente, di non sapere come chiudere la visita con quegli ospiti insospettati, ai quali per consiglio della serva in cucina, mentre si lustrava le scarpe, aveva deciso di offrire una limonata.
Il conte Alberto gli aveva regalato l'anno prima un magnifico vaso di limone, diventato tutto il suo agrume e l'orgoglio del suo piccolo orto; e precisamente quella mattina ne aveva staccati tre frutti maturi.