—Buona passeggiata.

—Vada dunque,—insistè la serva.

Jela si voltò ancora.

—Vacci dunque tu,—replicò stizzosamente don Natale, umiliato della propria timidezza.—E il cucchiaino?

—Lo sa pure, che sono solamente quattro, d'argento. Sì, poi adesso mandarli via come cani: è una vergogna. Almeno ci fosse andato dietro, non morsicano già. Ma chiuda dunque la porta: sono cose da far pietà!

E la chiuse ella stessa, correndo subito alla finestra per tener loro dietro, nascosta dal vaso delle rose; don Natale riflettè un momento a testa china, poi la seguì. La Marianna, colla fronte contro il vaso e le reni grasse sporgenti, guardava per lo spiraglio fra il vaso ed il muro.

—Com'è che gli sposini non sono a braccetto? C'è la signorina Ida invece. Io poi ci vorrei stare, al mio posto.—Ma dopo un istante con un grosso riso di donna matura esclamò:—Non mi piace, è un coso bianco bianco come un pollo morto. Eh! sono in due, che se non s'insanguinano non diventano rossi.

—Sta zitta,—mormorò a bassa voce, quasi potessero udirla ancora, don Natale rattenendo una risata.

Ma la Marianna si rialzò dallo sforzo di quell'atteggiamento, che le aveva fatto diventare il viso purpureo. Era ancora bella; si passò una mano sugli occhi neri, poi mettendo un respiro, che le fe' tremare superbamente tutta la massa del seno:

—Non ce n'è nemmeno da cena con uno sposo così: dopo poi? Sì...