—Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.
Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:
—Arrivano.
Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.
—Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,—disse con una certa crudezza.
La fanciulla lo guardò.
Egli fu impacciato.
—Quanto vi costano? signor duca?—chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.