Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.

—Mettetemela nei capelli,—disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.

Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.

—Avete finito?—sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.—E queste? fate la mano.

—Accettatele, ve ne prego.

—Lo volete?

—Ve ne scongiuro.

—Ecco; grazie, signor duca!—e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.

—Come mi esaminate!—ella sclamò ad un tratto.—Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.