—Non le piace questa salsa?—le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.

—No.

Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.

Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza, quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia nel vedere tutta quella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela, ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento, quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò, il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice, che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato, del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata, ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava ancora una piega sui tacchi balbettando:

—Come è bella!

—Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...

Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza, una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole borbottate dalla Nencia, avvertiva l'errore di un riccio o di una trina, correggendolo con un gesto spossato.

Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima delle colline.

—Oramai verranno,—ripetè per la centesima volta la vecchia, affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel cortile.

—È impossibile: ho paura.