—E dopo poi?

Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi, e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due cagnuoli.

Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.

—Starai nella mia camera.

—Finchè non verrà.

—E se non verrà?

Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.

—Ho paura,—ripetè ancora quando, terminata finalmente la toeletta, la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo della sua bambina, cadendole ai piedi coi fiori bianchi della sua corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi; quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.

Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.

—Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!—mormorava un invitato.