—Dunque non viene?
—No.
Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle nemmeno di chiudere la finestra.
Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano. La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.
—Dottore!—lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela di discendere e diè il moto al corteo.
—Si sente male?—domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.
—Alla testa.
Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.
Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso, tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.