Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina, collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni. Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile, smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti, ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le gote, sulle quali si scioglieva il sale delle lagrime, mentre la voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore. Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza, sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole, poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare, le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora, che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.
Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita, stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.
La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.
Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il padre, la madre, la famigliuola del sarto. Jela con tutti i parenti signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto, guardando per le tenebre fuori della finestra.
Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva, stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto. Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora sola di vendetta scandalosa ed atroce.
Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era ben decisa. Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni. Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia, lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma sopra qualcuno, a questo patto consentiva.
Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie, nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse trovato il coraggio. La vita era ancora piena di drammi, ma gli eroi da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di capricci.
—Vili!—mormorò guardandosi attorno.
Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati! Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.
Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra. La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana delizia in quella calma sinistra della natura. Appoggiò i gomiti sul davanzale e stette guardando.