Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una carezza.
A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi, freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà. Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.
Dovette soffocare un urlo.
Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile. Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.
—Sono giù nel salone!—esclamò, vedendo un servo passare con un immenso vassoio.
Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera, erano appena le dieci.
Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto. Questa insolente dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.
—Oh il terremoto adesso!—brontolò, entrando coll'immaginazione giù nella gran sala illuminata.
Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato, annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela, attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le disposizioni già prese dalla Nencia.
Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò la smania di rispondervi con un sarcasmo.