Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad ogni seduzione per raddoppiare quelle del volto, seppellito fra un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico, che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine sopravvive nella donna. Era tardi.
—E Ida?—chiese improvvisamente la fanciulla.
—Sarà in biblioteca.
L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.
—Nencia!—ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.
Jela aveva i goccioloni agli occhi:
—Sta qui,—balbettò:—senti, va di là nel salottino.
—Sì.
—Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma, mamma!—ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una adorabile desolazione.—Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo posdomani, ti voglio con me.