Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile, sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il cuore. Era pazza per lui, era bella.

—Vieni,—ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra una poltrona.

—Ma, Ida...

—Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si sposano che le ereditiere,—proseguì con straziante sarcasmo,—ma posso ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.

Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.

—Ti voglio,—ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione, che sa di trionfare,—ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.

E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato, che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte, ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.

Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità. Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le parole desolanti della sua sfida con Mefistofele: