La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano perfino i domestici, si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.
—Uscite,—egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia. Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò. Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio, che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.
Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne innanzi foscamente.
—Avete vinto!—disse staccando sonoramente le sillabe.
Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano, e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò la soglia.
—Indietro, villana!—ruggì soffocatamente, alzando la mano a percuoterla sulla guancia.
Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una lunga traccia di sibili, che guizzavano per la lattea dolcezza del tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano. Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti, che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia, che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina, che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre, mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.
Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva; spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i sibili.
Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.
Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto, in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello a cilindro. Non furono cinque minuti, era già vestita. Si adattò il cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a furia.