Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli. L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti, alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice. Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore, che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di prigione.

Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino, vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.

—Ohe!—esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non vedevano.

—Sellami Febo.

Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra. Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli zoccoli.

—Sellami Febo,—ella insistè seccamente.

—Adesso?!

—Sì.

Egli si mosse.