—Febo?

Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.

—Vuole montare?—tornò a ripetere con una confidenza mezza giustificata dalla stranezza dell'ordine.

—Non lo vuoi?

—Io...—e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della propria nullità.

La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli venne quasi in mente di destare Giovanni, per non essere strapazzato l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di stalla.

—Le domando dove va,—conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.

—Fallo uscire: monto nel cortile,—e si mise dietro a Febo, che batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.

—Prendimi,—gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè la salisse in sella.

—Va proprio via?