Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e collo sprone.

La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente, sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto, cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro, colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle sottane sbattute dal vento come una piccola vela sulla groppa del cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti. Respirava a stento, aveva il seno gonfio.

Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la mitezza della notte e il sonno della campagna.

Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzava davanti alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote; un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a rimettere della prima irruenza.

Adesso la strada spesseggiava di case.

Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri, troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano, come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata: doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgeva quella specie di villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza. La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città. Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nella sua più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi ad alta voce il suo nome.

Sempre al trotto discese la strada, svoltò a sinistra; una carrozza l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta. L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati, e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato, ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Febo allungò spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò, entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere, che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò sotto la volta.

Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.

—Il signor duca?—ella chiese appoggiandosi all'uscio.

L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da una fissazione.