—Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.

—È già finita.

Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno scritto; d'altronde non scriveva mai. Dal giorno che aveva lasciato il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo. Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo, ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno, o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.

Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria. Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare durante il viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.

La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.

Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la rifece, la comprese per quanto stava in lei, sentì come avesse dovuto fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione; ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la divertivano.

Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza, senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse, la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa l'abbacinava.

Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò chiedergli.

—Siete innamorato?

—Forse.