—Una donna come quella...
—Ti piace pure la musica di Offenbach.
—Piace anche ad Enrico.
—Lo so,—e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi maligni, che indispettivano la fanciulla.
—Come siete cattivo!—esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento, maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro, tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue, venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non avevano giovanotti agli sportelli.
Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito. Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia, male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti, vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro presenza.
Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.
—Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluti con tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.
—Ma Ida voleva offenderci.