—Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.
Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.
Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.
—Mi perdoni, Jela?—esclamò entrando nel salottino dei ritratti.
—No.
—Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.—Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.
—Allora vengo anche io,—interloquì gaiamente il conte Enrico:—Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.
—Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.
—Adagio, zio.
—Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?