Ma ciò gli accadeva quasi sempre nel gabinetto di Ida. Era un salottino buio come un antro, tappezzato di un damasco a foglie marine di mille colori verdognoli, che ne venavano il fondo, dandogli l'apparenza di un letto di mare, nel quale i riverberi della seta si accendessero qua e là come i riverberi dell'acqua alla luce del cielo. Il cortinaggio della finestra, doppio e panneggiato, non lasciava passare che un lume incerto sui pochi mobili di ebano, senza che nè un vaso o uno specchio potessero turbare con stridenti chiarori o con importune fosforescenze quel silenzio azzurro-cupo.

Ella vi restava sdraiata lunghe ore sull'ottomana prendendo un bagno di tenebre. Nessun oggetto poteva frammischiarsi a' suoi sogni: il tappeto era torbido come le pareti, la volta si distingueva appena. Savelli non vi entrava mai senza un fremito, come penetrando nell'ignoto delizioso di tutti i romanzi mal fantasticati nella gioventù. L'ombra aveva un tepore di meriggio primaverile e grandiosità notturne; dagli angoli del gabinetto, che parevano prolungarsi nel buio, si muovevano pericoli sonnacchiosi, mostruosità buie e vellutate; i mobili neri avevano un'immobilità, una nudità sinistra, come preoccupati di custodire i secreti della padrona, della quale non serbavano il più piccolo vestigio.

La prima volta, che vi fu ammesso, Savelli si ricordò del pranzo di Diocleziano colle corone di cipresso e gli apparati neri, scherzo di una imperiale ferocia, che lo aveva tanto divertito leggendolo la prima volta. Egli vedeva una massa, più bruna e lunga, schiacciata sul tappeto, rischiarata dalla pallida bianchezza del volto: si appressava, Ida gli tendeva mollemente la mano e chiacchieravano.

Caso civetteria, Ida aveva sempre delle pose seduttrici, delle temerità negligenti, che sembravano provocazioni.

Talora incantandosi in un pensiero, sospirava languidamente o si stirava le braccia. Savelli se ne accorgeva, seduto sempre sulla stessa poltrona, guardandosi attorno nella preoccupazione di quel buio, che pareva farsi mano mano più fosco e tremare di un palpito prepotente. Un odore di seta, un umidore di bagno, una caldezza di alcova piena di atomi frizzanti e di polveri pollinee gli irritava tutti i sensi.

Non avrebbe saputo dirlo egli medesimo, vergognandosi di analizzare ciò che provava, ma a poco a poco cessava di rispondere, come assopito in quell'olezzo leggero e diffuso come di prati falciati. Una lassitudine voluttuosa lo prendeva; si affondava in tutte quelle morbidezze, i piedi sul tappeto, il corpo sulla poltrona, gli occhi in quel crepuscolo. Ida sembrava dentro un bagno di rasi odorosi come tante foglie di fiori, del quale la ottomana fosse la tinozza. Egli le stava presso: non aveva se non ad allungare la mano e a tuffarvi dentro una carezza per dividerlo. Un'inquietudine trepidante di dolcezze gli saliva dalla coscienza; il cortinaggio della finestra apriva l'ombra del gabinetto con un chiarore calmo, una discrezione piena di lusinghe cortigiane; la punta di un mobile in un angolo frenava a stento un sorriso.

Tutto quel gabinetto non era che una cornice di Ida; ella lo riempiva, lo spiegava. I mobili erano neri come le sue vesti, la luce pallida come il suo volto; le stesse tenebre, lo stesso arcano della sua vita, un raccoglimento delizioso e sinistro, un lusso severo e romantico. Ella lo aveva creato traendolo da sè medesima, come altra volta si adattava le mode e si cuciva le vesti; giacchè il duca non vi appariva più del tappezziere.

Un giorno, che il cielo era nebbioso e l'aria tepida, il maestro stava con Ida. La fanciulla lunga distesa sulla poltrona, colla testa appoggiata ad un cuscino e i capelli disciolti, che le si ammucchiavano sul tappeto, aveva preso allora allora un bagno caldo e ne assaporava, colla quiete dei grandi raffinati, il rilassamento snervato. Non fumava, non aveva fatti due gesti in mezz'ora. Savelli, seduto sopra un pouff a capo della sua poltrona, le stava sopra col volto. Si era rasa poco prima la barba e spartiti accuratamente i capelli bianchi sulla fronte, ma il suo viso era ancora così fresco che i capelli parevano incipriati come quelli di un ritratto antico. Era malinconico.

Non si udiva che la calda respirazione del calorifero nascosto, rotta a volta a volta come dal soffio di un respiro o da un bollore di serra, che passavano sopra l'ottomana della fanciulla e sulla fronte di Savelli inumidendogliela. Due volte egli si era portato la mano al capo con un gesto nervoso, poi glielo aveva appressato ancora più, abbassandolo, così che avrebbe potuto darle un bacio sui capelli.