—Dovrei andarmene,—balbettò.—Dovrei...—ripetè, con sorriso fine ma indolente.—Anzi me ne vado,—e staccando la mano, cercò cogli occhi il cappello, lo vide sopra una poltroncina, fece un passo per prenderlo. Era agitato, tremava; una confusione di scolaro lo rendeva quasi compassionevole. S'abbottonò il vecchio soprabito, e allora, come se si fosse chiuso nella corazza, si sentì meno debole. Tuttavia le parole non gli venivano, era orribilmente imbarazzato per andarsene.
—Eccovi la mano,—gli disse Ida, che seguiva sempre colla stessa aria quella manovra.
Egli la prese infatti, ma Ida gliela strinse tirandolo a seder sulla sponda della propria poltrona:
—Cosa fate?—egli chiese smarrito.
—Sedete.
Savelli era rimasto colla mano della fanciulla nella mano all'altezza del petto, seduto, scivolandole verso il grembo della sponda della poltrona duramente imbottita. Una fiamma gli imporporò il viso.
—Lo so,—mormorò la fanciulla lentamente; poi raddolcendosi ancora ed appressandogli il capo di un dito:
—Perchè non mi baciate la mano? Preferite la faccia? Se non è che questo...
Egli ebbe un gesto perduto, abbassò gli occhi, si guardò il cappello, vergognoso di essere scoperto, ed impacciato ancora più da quel tono di tiepida affettuosità, che gli andava al cuore. Ida aveva una bontà quasi materna, una mitezza di vergine, che vela l'invito col sorriso, quasi per renderlo più facile con tale suprema delicatezza. Il pallore le si era fatto più opaco, e la mano nella sua mano gliela premeva con un crescendo insensibile.