—Perchè no? Siete il solo che mi ami per me. Una volta non vi piacevo, eppure mi volevate bene lo stesso; e se oggi...—e i suoi occhi ebbero un sorriso di soave malizia.—Ebbene tanto meglio, o tanto peggio: io valgo bene un'altra, e voi valete certamente il...
Stava per dire il duca, ma un pudore improvviso la rattenne in quell'invito brutale, poichè le parve un'insolenza per Savelli legare con un confronto quei due vecchi e quei due amori così dissimili. Quindi riprese concitata:
—Non l'avrei mai creduto, ma voi non siete un uomo come gli altri. Forse l'essere professore di storia ha servito a rendervi così buono. Guardando la vita dall'alto, ne avete perduto le passioni nella curiosità dello spettacolo; fors'anche la bontà di un genio (voi sostenete che il vero genio è sempre buono) dipende dall'indifferenza della sua volontà e dalla socievolezza del suo istinto. Che importa? L'essere buono sarà sempre una grande attrattiva, perchè è una grande originalità, e voi lo siete, mio caro maestro. Vi ricordate quando venivo a scuola? Allora non avremmo previsto di trovarci qui. Io aveva la febbre di tutti i sogni, voi mi guardavate con una passione malinconica di esperienza. Io lo aveva indovinato. Forse avevate ragione, ma potreste anche un giorno aver torto, perchè una battaglia perduta non decide sempre della guerra.
E la sua voce vibrò nel pronunciare queste ultime parole. Gli appressò ancora la testa, agitandola sulla spalliera. Savelli, che aveva sdrucciolato nuovamente sul pendio della poltrona e si sentiva un fianco grasso, caldo, della fanciulla contro l'anca, dovette reggersi con isforzo sulla gamba sinistra per non caderle letteralmente addosso.
La fanciulla scottava. Poi alzò pigramente un braccio, si volse, se lo passò sotto il capo a guanciale, ed allungandosi come sul letto, dal proprio canto, colle pupille velate, ebbe due o tre moti di sonnolenza. Savelli scivolò del tutto.
Le aveva quasi un gomito sul seno.
—Non ho che voi a volermi bene:—ella ripetè; quindi ripigliando l'immagine dell'ultima frase, proseguì:
—À la guerre comme à la guerre. Tutto è provvisorio quando la vita è incerta o una vittoria può mutare il soldato più che la morte stessa. Non vi è più differenza tra un granatiere e Napoleone, che tra un granatiere vivo e un granatiere morto? Si bivacca, si uccide, si ama dappertutto. Si saccheggia oggi per essere derubato domani, si stringe una mano come un fucile, si agguanta un cavallo come una donna. Anche noi siamo in guerra, non è vero? Voi siete un uomo, io sono una donna, ma se foste un giovane non sareste più nulla per me. Così sì. Non arrossite, mio caro maestro. Un giovane vorrebbe strappare invece di accettare, avrebbe delle pretese, tutte le pose romantiche ed insopportabili. E tutto questo perchè? Per una ignobile commedia, che non c'ingannerebbe nessuno dei due. Mi desiderate? prendetemi: potrete aver l'orgoglio di essere il solo, al quale...—e senza finire la frase agitò ancora la testa e chiuse gli occhi.
Savelli la guardò di furto; era ancora rosso, ma quelle ultime parole lo avevano rimesso.
Ella non gli serrava più la mano, abbandonata. Una seduzione insistente esalava da quella donna ravvolta in una veste di raso, sopra una poltrona di raso, nel torpore di un lungo desiderio, che le socchiudeva gli occhi lasciandole la bocca aperta. Il seno quasi nudo sotto quell'abito, che lo guantava, le batteva con una respirazione forte ma calma, come la faccia, che pareva addormentata sotto un sorriso. Evidentemente la fanciulla non aveva preoccupazioni. Savelli lo comprese di un tratto, e quell'abbandono di ogni difesa lo umiliò profondamente, come un calcolo pietoso della fanciulla per non fargli sentire d'esser vecchio e dargli tutto il tempo di preparare in sè stesso le energie dell'assalto. Fu un tumulto, ventoso, di un istante: il calore dello scirocco si abbassò, le nebbie si sciolsero, il volto gli si imbiancò come i capelli.