La sera, quando Savelli ritornò coll'aria splendente, Ida lo accolse come se nulla fosse mai stato tra di loro; ma egli, che non poteva capire quella suprema indifferenza e sperava di riparlarle del mattino per soccombere ad una nuova tentazione, rimase scombussolato. Due o tre volte fu sul punto di cimentarsi con qualche scappata contro quell'amabile superba, senonchè ebbe sempre paura e finì col ritirarsi più presto del solito. Ida insistè leggermente, poi lo lasciò andare. Poco dopo entrò il duca. Era ilare. Le raccontò che Laura, la mantenuta del prefetto, era scappata con un impiegato di prefettura, e che quegli infuriato li aveva fatti arrestare. Al club non si parlava d'altro. Il prefetto domani sarebbe la favola della città.
—Se fosse vivo Diogene!
—A proposito di che?
—Non avete mai letto il suo magnifico dialogo, conservatoci da Dione, sopra un caso consimile?
Il duca, che non s'aspettava questa doccia fredda di erudizione, sentì smorzarsi il proprio entusiasmo novellistico. Ida era seduta indifferentemente al tavolo col mazzo delle carte in mano: aveva incominciato un solitario.
—Sai che cosa si diceva al club?
Ella non si volse nemmeno.
—Che io sono fortunato.
—Perchè?
—Perchè tu non mi tradisci.