Egli fu scosso da quella risposta e più dal suo tono di semplicità. Ida ne sembrava così perfettamente convinta da non avere nemmeno sorpreso la ironia da lui messa nel complimento per una di quelle contraddizioni frequenti nei libertini, i quali in fondo alla coscienza non ammettono altra moralità che la borghese ed altra virtù che la legale.

—Sei singolare!

—Perchè sono onesta? E voi siete uno sciocco credendo che io lo faccia per voi. Una mantenuta dev'esserlo: è l'unica originalità, che le sia permessa. Gli scandali scadono di diritto alle signore, che sole vi arrischiano qualche cosa. Sposatemi e vedrete.

Il duca ammutolì.

—Intanto favorite di andarvene: mi avete seccato.

—Ida!

—Mi volete dunque costringere a scappare come la povera Laura? Buona notte, mio caro; domani v'invito a pranzo. Ho Savelli, non mancate,—gli disse voltandogli le spalle, senza preoccuparsi punto del suo viso confuso e collerico.

Ma il duca aveva l'abitudine di quei cattivi trattamenti. Erano poche le sere che Ida lo ricevesse di buon umore e gli permettesse di passare la notte nel proprio appartamento, perchè ella aveva subito compreso come per dominarlo bisognasse torgli ogni supremazia morale. Con un'abile manovra, e stringendolo sempre nel dilemma o di tacere subendo, o rispondere brutalmente (ed egli sapeva che Ida lo avrebbe piantato con quella audace indifferenza dell'avvenire mille volte provata), gli aveva tolto il coraggio della più piccola rimostranza. Come accade spesso a coloro, che sposano la propria serva, egli era lo schiavo della propria mantenuta; ma Ida aveva il tatto di non spingere troppo oltre la tirannia, e in faccia ad altri affettava talora una sommissione piena di blandizie, la quale gli lusingava tutti gl'istinti di uomo e di signore. Poi lo aveva persuaso di non ingannarlo. Il duca, che piegava sempre sotto la sua volontà, si era fatta un'idea bizzarra della forza di quella donna, nella quale sentiva qualche cosa di terribile, una risoluzione, un dramma nascosto, che la rendeva inaccessibile a tutte le debolezze delle sue pari. Questa stranezza di apparenza teatrale metteva come un'acrità di mostarda nel sapore carnale della loro relazione.

Gli pareva di non amarla; infatti cogli amici, al club, e col nipote parlava di Ida come di una delle sue tante mantenute; ma diceva: è l'ultima; e questa parola involontaria gli gelava spesso il sorriso libertino sulle labbra. Quella donna era diventata l'imperioso, il vitale bisogno della sua vecchiaia, giacchè lo divertiva, lo esaltava, lo rifaceva giovane con un solo gesto, con una risposta impreveduta. Ma vi era dell'astuzia in quella magia, perchè, bistrattandolo come amico, non gli faceva mai sentire di essere vecchio; quindi dopo averlo schiacciato colla superiorità dell'ingegno o del carattere, fingeva poi di soccombere nelle sue braccia, soffocata dal suo vigore di maschio, inebriata dal suo dispotismo di uomo. Ella che lo avrebbe scagliato nella parete colla stessa forza della Brunhilde dei Nibelungi, aveva allora delle umiltà trepidanti, dei rispetti di bambina e di schiava: era sfinita, dimandava grazia col corpo scultoreamente estenuato, lo sguardo velato e nullameno aperto ad una riconoscenza piena di ammirazione. Il duca che si sentiva abbagliare dalla morbida bianchezza di quel corpo, con tutti i profumi che gli entravano nelle carni, perdeva l'ultimo senso della realtà nella luce crepuscolare di quello sguardo. Amava quella donna, si ammirava col petto gonfio di orgoglio e il volto illuminato da un riverbero interiore, che sembrava verniciargli la precoce decrepitezza.

Quelle notti non ritornava al palazzo che verso le quattro o le cinque del mattino; ma nel giorno Ida non era più quella, non si ricordava più di nulla, aveva un sarcasmo per ogni allusione, una indifferenza altera, che gli frustava a sangue desiderii e ricordi. Così la loro relazione sembrava sempre al principio; Ida vi manteneva tutta l'etichetta di una gran signora, il duca ne soffriva qualche volta nei capricci di libertinaggio, ma in fondo n'era contento ed ammirava. Il linguaggio di Ida, troppo letterario per una donna, aveva la duttile castigatezza del salone; l'oscenità poteva entrarvi solo colla eleganza del tono e la superiorità della frase: ella, che ne aveva fatto un lungo studio, gli prestava sovente i motti temerari per i saloni, dove erano accolti colla più gaia cortesia e una meraviglia d'inaspettato. Se il duca non fosse stato duca e non avesse avuto forte sentimento della propria posizione sociale, sarebbe caduto piedi e mani legato dinanzi a quella fanciulla; ma ciò bastava a permettergli quella noncuranza spavalda parlando di Ida, e spiegava forse le subitanee e paurose tristezze di lei.