Quella sera il duca, che entrava allegrissimo, alla vista di Savelli si era subito agghiacciato. Istintivamente egli detestava quel vecchio pedante, il quale aveva passata la vita a fare il maestro per guadagnarsi da vivere, e gli si trovava continuamente fra i piedi nell'appartamento di Ida. Savelli aveva tutti i capelli bianchi, mentre il duca, più vecchio, li aveva invece tinti di nero. Poi la soggezione delle sue maniere, che egli giudicava servili, e la protezione di Ida, nella quale egli cercava delle intenzioni umilianti, glielo rendevano anche più antipatico.
—A proposito: vi ho mostrato lo stemma che metterò sulla mia carrozza?—disse Ida d'improvviso.—L'ho pensato questa notte. Un morione, scudo nero, in mezzo un braccio con una fiaccola, e sotto questo motto: N. I. L.
—Un motto nichilista.
—Internazionalista anche. N. I. L.; leggete: Noctu, Ignis, Lux.
—Uno val l'altro,—disse il duca.
—Non esattamente, ma si fondono: il motto della disperazione suicida e della disperazione omicida; convenite che è almeno bello quanto il vostro: Tarde sed tuto, che pare trovato per una diligenza di villaggio.
Savelli non potè a meno di sorridere, il duca arrossì leggermente. Così trascorse una grossa mezz'ora, durante la quale Savelli ascoltò due volte suonare la pendola, accompagnandone i rintocchi con una cadenza intontita e pensando alla serva, che lo aspettava addormentata in cucina.
Finalmente il valletto annunziò il conte Alidosi.
—Vi siete fatto aspettare,—ella gli disse colla voce più carezzevole.
Egli s'inchinò al complimento, strinse volgendosi la mano al duca e a Savelli, e le sedette vicino sopra una poltrona. Era sempre così biondo e così bello. Ripetè una delle mille insignificanti conversazioni per le signore, profumandola con tutte le piccole attenzioni, le amabilità effimere del gesto e della voce, per farsi più bello colla perfetta manovra di un uomo abituato al salone. Ida accettava, il duca con un sorriso velato gettava qualche parola nel loro discorso, Savelli si era ancora più rincantucciato. Il conte, che sapeva chiacchierare e quella sera era in vena, trovava dei frizzi, dei doppi sensi, che scattavano come giocattoli, sempre più lusingato dall'attenzione della fanciulla sospesa ai suoi occhi.