La figura del conte si illuminò. Indovinava in quella scena un calcolo di umiliarlo, straziandolo colla povertà e fingendo di amare Jela, mentre forse la odiava con tutto l'accanimento di una popolana arricchita provvisoriamente dai disordini disonoranti della propria vita; ma non si poteva frenare. Gli occhi e le parole di quella donna lo trascinavano. Come un fiore strappato dal vento, avvolto nelle carezze del sole, nella confusione di una polvere ardente, egli si alzava leggiero e sbattuto, lacerato e felice, incoronandosi di quella luce che lo accecava, lasciandosi straziare da quella donna, che non giungeva ad odiarlo e, se non fosse stato l'orgoglio di una rivincita, gli avrebbe strisciato ai piedi leccandoglieli come un cane. Le prese tutte e due le mani e, stringendogliele con forza, finse di volerla ricondurre sul divano. La sua bella testa, bionda come quella di una fata, aveva un'espressione quasi pura, illuminata dalla luce turchina degli occhi, di una soavità fantastica. Ella l'avvertì, gli guardò il collo dolce come quello di una donna e più bianco della camicia.
—No.
—Datemi un bacio.
Egli insistette, ella negò, egli lo ridimandò ostinandosi invano, supplicando, ella rispondendo sempre di no col sorriso ed una fiamma negli occhi, che le divampava tratto tratto sempre più grande, vibrando con tutto il corpo quando egli le appressava il volto. Stettero così forse cinque minuti, egli non si stancava: la pendola suonò.
—All'ultimo tocco me lo darete.
—No.
—Vendetemelo dunque,—gridò con uno scoppio d'irritazione.
—Non siete abbastanza ricco per comprarlo; poi io sono come Diogene: mi si può pagare, ma non mi vendo.
Egli aprì le mani.