Allora il conte si diresse ad un ombrellino di porcellana mezzo aperto, inchiodato nel muro, dal quale sorgevano molti fiori appassiti, esaminò molti ritratti in cento pose, di cento grandezze, in cento cornici, di Ida in amazone, in veste da camera, scollacciata, in costume, e nessuno gli piacque, e quel capriccio improvviso gli diventava una necessità, che lo esilarava. Vi si ostinò, tornò a cercare, finchè voltandosi vide il valletto, che lo osservava. Si sentiva allegro, la gioia lo illuminava, gli pareva di ridiventare ragazzo alla prima avventura. Il gabinetto aveva una misteriosità profumata, una curiosità di tutti quegli oggetti coalizzati contro di lui. I quadri e le figurine di Sassonia si ammiccavano nell'ombra, le porcellane rompevano in scoppi di sorrisi rutilanti, il canarino, che aveva udita tutta la conversazione sospeso fra le tende della finestra, lo seguiva colla testina dorata, aspettando forse di coglierlo in fallo per gettargli la sua beffa in un trillo. Ma il conte tornò alla poltrona, sulla quale Ida lo aveva ricevuto, e scorgendo i libri sul tavolino di lacca, li esaminò: un romanzo di Zola, un volume della Psicologia di Spencer, De Virginitate di S. Ambrogio. Quest'ultimo lo fece ridere addirittura, senonchè alzandolo vi scorse sotto un pugnale piccino come uno spillone, colla lama lucida al pari del cristallo e il manico di oro. Ida se ne serviva da tagliacarte. V'era un motto sulla lama:
—Nulli parcit.—
Depose il libro e si tenne il pugnale.
—Bah!—mormorò nel pensiero,—nulli parcit!, come il «mai»: manìe di tragedia, che finiscono in farsa.
III.
Jela era rimasta alla finestra, guardando la sera salire sulle falde delle ultime colline. Dall'altezza del suo bel palazzo, sola nell'appartamento, nella stanza oramai buia, il pensiero le si oscurava malinconicamente come la campagna lontana, nella quale il verde fanciullesco della primavera svaniva tra il vecchio grigio del crepuscolo. Era un paesaggio smorto, diluito entro una nebbia finissima, lacerata ancora dalla massa biancastra di una casa o dal profilo sinistramente bruno di un albero. Poi la nebbia si ammucchiava all'orizzonte, come sbuffata da un cratere invisibile, ed avvolgeva le colline, mentre i campi, livellati sotto l'ombra, parevano allontanarsi colla inclinazione uniforme di un lago pieno di una vegetazione silenziosa.
Jela alzò gli occhi; quel sereno così freddo e deserto le fece male. Colla mano guantata si strinse la capparella al seno, fece colla bocca una moina delicata e seguitò a pensare. La sera, bagnandola nel proprio umidore, la calmava in un'attonitaggine, che aveva la stessa incertezza di quell'ombra. Colla nuca appoggiata allo spigolo della finestra e il volto all'altezza del davanzale, senza un'attenzione per la strada, dalla quale si alzava un sommesso rumore di passi, seguiva col grande sguardo violetto quel digradamento della luce, digradando ella stessa in un abbattimento muto, senza trapassi di resistenza nè vertigini di cadute. Nella stanza il buio era così denso che lo specchio si era spento. Quindi a poco a poco ella si assopì. Il rumore della strada si era fatto più discreto, come di ombre vagolanti tra i fanali allineati fin lontano rompendo il buio del selciato con certe pozzanghere di chiarore, le quali rimbalzavano sui muri all'altezza più che di un uomo; e al disopra l'ombra calava dai tetti, sospesa ancora sulla strada, comprimendone l'altezza. La frescura troppo umida cominciava ad avere delle vibrazioni, che le scendevano nelle carni, delle ondate, che le si rompevano negli occhi. Poi un vento gelato la destò di soprassalto, e Jela si trovò ancora dinanzi a Ida come due ore prima nel salone della lotteria, fra un crocchio elegante, che la guardava ironicamente. Jela tremava ancora, ma Ida conservava la stessa calma teatrale, voltandole le spalle colla tranquillità di un avventore.