Ella che si era recata così gioiosa alla lotteria! Aveva indossato il nuovo abito di saia turchina, un costume immaginato colla contessa Guelfi, con una casacca da uomo che le serrava la vita incrociandosi sul petto, e quattro tasche piene di sigari e di sigarette. Poi aveva nascosto i capelli biondi sotto un cappellino tondo, birichino, colla fibbia di acciaio e la penna: un colletto dritto e largo acconsentiva tutta la delicata mollezza del suo collo, e intorno ad esso svolazzavano due grandi capi di una sciarpa turchina; la gonnella stretta a pieghe e rattenuta sul fianco sinistro da un gancio d'argento, cadeva sugli stivaletti bianchi, alti, che disegnavano due piedi e due caviglie adorabili. Una correggia a bandoliera reggeva tutta la sua piccola bottega di sigari e di fiammiferi. Jela era una tabaccaia e girava su e giù per il salone della lotteria festonato, la notte illuminato da tre grandi lampadari a gocce di cristallo, che s'accendevano come tre bracieri dalle fiammelle multicolori, dandogli un'aria da teatro, con tutta la gente che lo riempiva aggruppata intorno ai banchi delle venditrici, le più belle signore, rivaleggianti di grazia e di lusso, di avventure e di avventori.

Jela, che non si sentiva forte a spirito, aveva scelto quel piccolo commercio e vi era stata fortunatissima. La sigaraia entusiasmava. Entrava avvolta in una capparella quasi bianca, un'audacia di fanciulla, che il successo aveva giustificato, e che con quella pettinatura e quel costume la rendeva singolarmente vivace. La sua fisonomia forse troppo delicata e signorile assumeva una grazia popolana, una piccola energia di scappata, con un ardore roseo sulle guance, un'ilarità cristallina negli occhi. Non sapeva che ridere, sorridere, inchinarsi, ma le sue mani erano così piccine quando offrivano un sigaro, era così piacevole fermarsele innanzi e cacciarle a soqquadro la piccola bottega, che pochi vi resistevano. I suoi incassi facevano disperare le compagne, mentre la contessa Guelfi, che non era stata accettata fra le venditrici, ne gongolava, appropriandosi i due terzi del trionfo.

Jela era fuori di sè, si divertiva, si perdeva. Tutti i giovani più belli e alla moda le si serravano intorno in un cerchio mobile: riceveva un complimento ad ogni sigaro, i desiderii le si accendevano innanzi colla spontaneità dei fiammiferi, forse non durando di più, ma con una luce egualmente gaia e senza infiammare l'atmosfera. Ormai non parlava più di altro a casa, collo zio, colla zia, aveva sempre qualche aneddoto da raccontare, qualche piccola difficoltà superata, qualche audacia indovinata o cansata; poi sorrideva arrovesciando il capo con quella sua grazia di angelo monello. Solamente fra quei lumi, i fiori, le minime botteghe delle venditrici, quella folla educata e chiassosa, un incanagliamento aristocratico di un buon gusto forse equivoco ma pieno di acri profumi e di sapori carnali, ogni tratto il rosso delle gote le si smorzava ed un impaccio la investiva per tutta la persona incontrandosi nel capitano Buondelmonti, il più colossale e nullameno il più bel soldato del proprio reggimento; il quale la guardava con una sfacciataggine incredibile, ma di cui ella sola si accorgeva.

Sulle prime le era dispiaciuto questa specie di predominio brutale, poi lo aveva cercato involontariamente. Aveva tanto inteso a dire che Buondelmonti era il più bell'ufficiale della città, uno spadaccino e un donnaiuolo terribile, che la sua piccola immaginazione se ne era riscaldata. Lo sbirciava con un'ammirazione paurosa, non osando nemmeno dirsi tutto su quell'uomo, che avrebbe potuto sollevarla per giuoco sul palmo della mano.

Ma Buondelmonti, che si era accorto della buona impressione, le faceva la corte comprando qualche sigaro, che pagava sempre venti lire, e permettendosi spesso di accompagnarla in giro scherzosamente. Allora Jela si sentiva ancora più rimpicciolire, con una paura piena di soavità e una incertezza di moti e di parole fra quella gente, che la fermava ad ogni passo e alla quale bisognava pur rispondere, mentre ella cercava di farlo palpitando di vanità appena le paresse di aver trovato una risposta o avanzato un passo più presto. Se non che Buondelmonti, troppo guasto dall'abitudine delle donne facili per capire la grazia di quell'armeggìo, insisteva forse meno per capriccio galante che per la compiacenza di essere preferito dalla contessina Alidosi, una delle più grandi signore della città.

—Convenite però che è bella,—gli aveva detto la contessa Ceri, la quale vendeva i liquori nel caffè della lotteria, e colla quale si andava raccomodando.

—Per ora non posso: conoscete il mio modo di giudicare le donne.

—Quale?—calcò la contessa, che lo sapeva benissimo:—dopo una rottura?

—Sarebbe esigere troppo.

La contessa aveva trovato quel motto da caserma spiritoso, ma Jela, che sapeva della loro relazione, aveva provato il morso di un dispetto vedendoli assieme.