Quel giorno Jela era anche più gaia. Aveva girellato per gli scompartimenti delle venditrici sempre seguita da un gruppo di giovanotti, interessandosi a quelle piccole vendite così assurde di prezzo e talvolta, ma rado, così preziose di brio. Benchè la luce s'oscurasse nel salone, non si erano ancora accesi i lampadari, e quell'ora crepuscolare metteva nelle botteghe quasi una verità di chioschi lungo una strada, quando il giorno cade e la gente si rarefà. Le venditrici in piedi o sedute, usando dimestichezze deliziose, levavano ogni tratto una voce d'incanto e ridevano sonoramente, sorvegliandosi con occhiate scintillanti, facendosi più belle con uno sforzo di vanità a piacere. Quindi si udivano gli scoppi del bersaglietto dove una signora caricava ed offriva le pistole, i fiori olezzavano, il trillo nasale di una tromba da bambino dominava per un istante lo schiamazzo, poi lo schiamazzo cresceva, una ressa momentanea l'animava, perchè il pubblico a quell'ora non era più che di eleganti, una minoranza nella quale tutti si conoscevano. Molte mani si alzavano per ghermire un giuocattolo, e le risa stormivano con tinnii cristallini fra le note in falsetto, le parole tronche, le esclamazioni prolungate: ricominciavano da ogni lato nell'ombra, sprizzando fra la luce, di banco in banco, mescendosi, alzandosi, rumoreggiando, per ricadere in una cascata di zampilli, sparpagliarsi con un volo leggero di libellule, raggrupparsi ancora e risorgere.
Jela colla capparella bianca sulle spalle e la cassetta al collo girava nella folla, presa fra quella allegria, che le ricordava certe chiassate al convento, sorridendo di felicità quando vendeva dieci franchi uno zolfino e metteva la mano nel borsello ricamato delle sue grandi cifre in argento e la corona di contessa, per lasciarvi ricadere il denaro. Il borsellino già gonfio le batteva sopra un fianco. La marchesa di Renzuno, che a forza di istanze aveva dovuto accompagnarla quel giorno, rubandosi ad un altro comitato di beneficenza, il quale le dava una pena infinita per la inerzia degli uomini e la indisciplinatezza delle signore, osservava tratto tratto la folla, congratulandosene seco medesima come di un proprio affare.
—Mio Dio! marchesa, rovinate il mio piccolo commercio: mi avete mangiato tre fragole,—esclamò la baronessa De Angelis, una bella bruna, grassotta, vestita con buon gusto pretenzioso, vedendole prendere distrattamente un'altra fragola dal panierino di filigrana.
—Ah! è vero, carina.
—Settantacinque franchi di meno: non ne ho più che otto. Perchè non comprate piuttosto quest'uccellino del paradiso? Cento lire.
La vecchia marchesa sorrise.
—Guardate Buondelmonti,—esclamò l'altra,—si accosta alla contessina Alidosi.
—Le fa la corte, ma Jela ha altro da pensare, si diverte troppo.
Infatti Buondelmonti pareva volersele riavvicinare. Ella se ne accorse, e vedendogli il sigaro ormai ridotto ad un mozzicone:
—Un altro?—fe' mostrandogli un lungo sigaro Virginia con un gesto confidenziale.