—Fra poco,—e dovette voltarsi perchè un amico lo chiamava, ma si rivoltò nuovamente. Ida appariva sulla porta spalancata del salone. I primi che la videro, si guardarono meravigliati, ma ella si avanzò lentamente, cercando Jela coll'occhio. Era sola, certamente venuta in carrozza, con quel lungo abito a coda.

Jela, che la scorse quasi subito, si morse le labbra. L'abito color di foglia morta con una leggera guarnizione di foglie secche, rimaste come fra le pieghe della sottana, sapientemente traversate da una increspatura che le disegnava i ginocchi colla vivezza di un colpo di vento, era un capolavoro. La sua figura alta vi si allungava ancora sotto un cappotto grigio, chiuso sul petto e col largo bavero ribattuto, sul quale si attorcigliava il velo bruno del cappellino carico di foglie secche. Era più smorta del consueto, con un'aria più nobile, di una bella tristezza mondana, che la faceva rassomigliare ad un autunno, come lo rappresentano i giornali illustrati. In quei primi giorni della primavera Jela vi comprese una delle solite antitesi favorite di Ida. Il gruppo dei giovani, che la circondava, sussurrò, la marchesa di Renzuno occupata colla baronessa De Angelis non se ne avvide, ma due o tre altre venditrici si sentirono battere il cuore. Il loro istinto di donna le avvertiva di una scena.

Ida s'inoltrava; colpì l'aspettazione destata dalla sua presenza e venne dritto a Jela, che si era fermata inconsciamente nel mezzo di quel crocchio per ricevere l'attacco. Oramai tutti la spiavano. Jela ebbe un brivido, le parve di riconoscere in quel volto la fisonomia tragicamente sconvolta della sua prima notte di matrimonio, quando colla veste di raso nero come le penne dell'aquila, e con una stessa furia stava per rapirle il marito. La fantasia le si abbuiò, si sentì una paura serpere nelle vene colla fredda viscosità di una biscia: poi un palpito violento la scosse. Vide che salutava Buondelmonti, il quale ne rimase impacciato e contento fra quelle signore, e che le si appressava. Il suo abito di seta troppo lungo aveva dei sibili sottili, le scorse una foglia secca sospesa per il gambo, che sembrava staccarsi ad ogni passo, le esaminò il taglio del cappotto, le parve che Ida fosse cresciuta.

Si erano in faccia.

Ida fece ancora due o tre passi, il gruppo si era aperto stringendosi dietro Jela. Ella fu quasi per voltarsi invocando la marchesa, ma era troppo tardi; e come tutto cospirasse contro di lei, si trovavano dirimpetto ad un finestrone, che fasciava tutto quel crocchio in un lembo biancastro di luce. Ida le si fermò dinanzi, quindi cercandosi il portasigarette nella tasca del cappotto:

—Una scatola di fiammiferi,—chiese colla sua voce vellutata, accennandogliela del dito. Il guanto era colore di foglia secca, un'altra foglia le era caduta dal cappellino sulle spalle.

Jela tremava. Quella domanda così semplice le si prolungava all'orecchio col fragore di una cascata, assordante e diffuso. Le teneva gli occhi bassi all'altezza del seno, incantati nel luccichio di un bottone. Passò del tempo o le parve; poi sentì la gente sussurrare intorno, che forse non erano trascorsi tre secondi, e prendendo la scatola, alzò la mano, alzò gli occhi.

—Quanto?—seguitò Ida affrontandola.

—Per voi due soldi.

Fu uno scoppio di fulmine. Tutti sussultarono, ma nessuno parlò. Ida ricevette il fendente sul petto, ma non si mosse, la guardò colla stessa lentezza, poi cercando nel portasigarette ne trasse un bono, lo spiegò, era da mille lire, glielo porse. Jela lo accettò senza capire. Cominciava già a perdere la testa, sorpresa dalla soggezione di lei, che riceveva nel volto bianco come la cima di uno scoglio tutte quelle occhiate ostili. Era rimasta col bono nella mano aperta improvvidamente, non sapendo come o che cosa fare. Tutta la sua paura era risorta, non si ricordava più di nulla, con una sensazione soffocante della gente, che la serrava in un cerchio di curiosità malevole. Poi colla mano stessa, nella quale teneva il bono, cercò macchinalmente il borsello, ma Ida ebbe un gesto.