—Il resto per i poveri.

Ella si scosse. Senza comprendere seguitò a trarre dei biglietti di banca, guardandoli, che non potevano giungere a mille lire.

—Non ne ho...

—Dei poveri?—la interruppe vivamente.—Allora per voi, per i poveri di spirito.

E le volse le spalle. Jela non si ricordava più di altro, solamente di aver pianto due grosse lagrime fra quella gente, che si agitava in un mormorio di risa soffocate; poi aveva incontrato lo sguardo di Buondelmonti, e la vergogna dell'umiliazione era stata così forte che ne era quasi svenuta. Ida aveva fatto un mezzo giro nel salone senza fermarsi a nessun banco. Quindi anche Jela se n'era andata colla marchesa di Renzuno, come passando attraverso una siepe di spini, che le entravano nelle carni.

Adesso non pensava quasi più, sentendo il freddo di una grande irreparabilità agghiacciarle tutta la vita. Un dolore, che non osava di lagnarsi, le si aggrondava nell'anima, mentre cogli occhi fisi nella sera vedeva ancora il bel capitano con un sorriso involontario sulle labbra scambiare con Ida una rapida occhiata d'intelligenza, e rispondere poi agli amici, che gli si accalcavano intorno. La sua piccola testa di gigante si piegava con una compiacenza piena di discrezione, parlando certamente di lei, senza nascondere l'ilarità degli occhi, più insolente di tutto il rumore sommesso e beffardo di quella folla.

Vi pensava, v'era sempre più incantata. Non si rammentava che la marchesa l'aveva lasciata in quella camera, uscendone a furia per cercare il conte o il duca e ricondurglieli, perchè s'intendessero su quel vituperio. Ella si era seduta alla finestra guardando di fuori, ma non vedeva che il capitano. Le pareva più bello e più grande. In quell'abbattimento la sua forza l'attirava come un rifugio: quell'uomo non potrebbe mai essere sopraffatto. Il suo volto angoloso, malgrado la rotondità piuttosto grossa di tutto il corpo, aveva un vigore di arditezza, che incuteva ed ammaliava. Il suo petto era così vasto che due donne avrebbero potuto cadervi e non tremare. Senza pensare alle conseguenze di quello scandalo, che le avrebbe attirato chissà per quanto tempo una ressa di malignità velenose, ella cedeva all'avvilimento di sentirsi sola, abbandonata da tutti in un mondo, che si rideva della sua gracilità, mentre sembrava qualche volta applaudirla per coglierla forse meglio in fallo ed aggiungere l'ingiustizia di una condanna all'ingiustizia di quella ironia.

Il cielo si era fatto più scuro, la campagna affondata nelle tenebre mandava verso la città un roco sussurro di morente. Jela si alzò dal davanzale, e tutta quell'ombra della strada le fece paura; quindi per sottrarsi quasi ad un altro pericolo fuggì fanciullescamente nella propria camera.

Infatti la marchesa, il duca di Rivola e il conte entravano poco dopo nel gabinetto dei ritratti. La marchesa aveva già narrato tutta la scena, precipitando, con una collera di gesti e di voce, che dava tratto tratto alle sue parole una sonorità stridente e squarrata. Ma drammatizzando il racconto vi si accaniva mano mano. Pareva quasi che invece di narrarlo lo apprendesse, e le difficoltà della ritirata con Jela attraverso tutte le signore, che si stringevano loro intorno per aumentare a forza di moine l'importanza già grossa dello scandalo, la traversassero ancora di fremiti ghiacciati. Era stato un lungo orrore, un vituperio, un abbominio senza esempio, il quale non finirebbe più con grande contentezza di tutte le borghesi e dei dissoluti presenti, cui la marchesa aveva già letto sul volto tutte le più bugiarde dicerie. Quindi la sua testa di aristocratica, infiammandosi di sdegno, parlava a scatti, con gesti angolosi di pupattola meccanica che si disloghi, mentre un compiacimento nervoso le faceva prolungare il racconto attraverso quel silenzio degli altri due.