—È un orrore,—concluse infine riattaccandosi al duca.
Egli aveva sorriso deplorando l'accaduto, ma trovandovi alcuni lati comici con una leggerezza così naturale e perversa, che la marchesa aveva dovuto pur riderne: poi la questione si era spostata. I particolari su Ida si moltiplicavano, il duca scherzava, dandosi delle occhiate furtive nello specchio, giudicando le signore della lotteria uno stormo di civette poco belle e poco dame. Tutte non pensavano che a sfoggiare, a regalarsi a qualcuno: era una ruina, una depravazione tutta moderna. La beneficenza serviva di pretesto, giacchè tutte quelle signore, che mettevano bottega per vendere dello spirito, non sarebbero mai riuscite a mettere insieme la lotteria. Il duca guardava la marchesa.
—Già siete voi, mia cara marchesa, la cagione di tutto: siete l'anima della nostra aristocrazia; senza di voi non saprebbero nemmeno dare un pranzo.
E il suo accento aveva una grande sicurezza di ammirazione. Ma ad un tratto si rivolse:
—Jela non è che una bambina: tu dovresti, Enrico, impedirle certe scene. Non ha la più meschina esperienza del mondo.
Se non che la marchesa l'aveva nuovamente interrotto, rimproverandogli Ida, rimproverando il conte, le signore della lotteria, sdegnandosi di tutto il mondo, che andava male, ripetendo ancora alcune circostanze della scena preparata così malignamente da Ida, ma con tanto poco spirito nella sua risposta finale. La piccina l'avrebbe battuta se non si fosse smarrita subito dopo.
—Questo poi non lo credo.
—Perchè siete un libertino.
—Non lo crede nemmeno Enrico, che Jela la possa battere. È stato battuto lui stesso.
Il conte, che quella conversazione irritava, ferito nell'amor proprio dall'insulto di Ida alla contessa, alzò sdegnosamente le spalle. Si rinfacciava la sciocchezza di essersele ostinato dietro, frustato assiduamente dallo zio, che andava smussando con lei il proprio patrimonio, la sua eredità di un giorno, respinto invincibilmente da Ida con una dichiarazione di amore. Sulle prime non era stato che un capriccio di svogliato, poi l'umiliazione lo aveva acceso, e ora la cortigiana, dopo averlo deriso nel proprio salotto, gli entrava in casa e gli schiaffeggiava la moglie. L'altro rideva di quella sua falsa posizione di nipote arricchito dalla dote della moglie e che la lasciava vilipendere dalla mantenuta dello zio; mentre la zia invece non se ne era incollerita che per mescolarsi ancora nelle sue faccende, e comandargli in casa una volta di più. Ma ambedue in quel momento parevano non sospettare nemmeno della sua presenza; il duca parlava di Ida, la marchesa gli rallentava le confidenze con un battito degli occhi lustri, lasciando l'accidente disgustoso della lotteria allontanarsi a poco a poco nella conversazione come un semplice aneddoto senza interesse personale. Poi la marchesa si risovvenne improvvisamente di Jela, e andò ella stessa a cercarla nella sua camera.