—Aspettateci qui,—disse, ridivenendo contegnosa.

Il conte Enrico in piedi, colla mano dimenticata sopra un album aperto macchinalmente, la guardò appena. Una corrente di tristi pensieri lo travolgeva. Perchè Ida aveva fatto quella scena? Che cosa ne pensava il mondo? Perchè il duca e la marchesa, i primi a riderne malgrado gli obblighi mondani della parentela e del nome, v'intervenivano così dispoticamente per umiliarlo un'altra volta, ed egli doveva assoggettarvisi colla stupida docilità di uno scolaretto? Come era rimasta Jela? Ne scriverebbe al padre? Si rimprovererebbe di averlo sposato? Gli rinfaccerebbe almeno nel proprio pensiero i due milioni di dote, poichè Jela non era più innamorata di lui e sapeva del suo capriccio per Ida? Lo temeva. Malgrado tutte le promesse della notte, Ida non lo aveva ricevuto, invece di una sorpresa di amore preparandogli quello scandalo turpe. Ma dunque l'odiava? E allora come poteva mentire a tal punto, con tanta ostinazione di odio? Quindi i suoi complimenti convulsi quando gli diceva in faccia: come siete bello! gli passavano all'orecchio colla sonorità perlata di un riso nel silenzio di quel gabinetto coi ritratti degli avi allineati lungo le pareti in un'ombra come di sepolcro, che lo guardavano coll'indifferenza della loro posa e della loro superiorità, come il duca.

Questi aveva acceso una sigaretta e si era messo allo specchio, osservando tratto tratto il nipote, cui la commozione di quella scena abbelliva singolarmente la fisonomia femminile.

—Dunque Jela non viene? Mi dispiace, perchè sono invitato da Ida: mi aveva detto di cercarti, che si pranzerebbe assieme, ma tutto questo chiasso me lo ha quasi fatto scordare.

—Le sette!—seguitò,—fra un quarto d'ora sarà tardi, in caso che tu venga. Ma Ida è capace di non aspettarci, se tardiamo troppo; stamattina era nervosa.—Ma, poichè il conte non rispondeva, si rattenne e, guardandolo con la compassione di un uomo, cui la vita non serberà mai le disaggradevolezze di simili posizioni, scosse la fronte.

Finalmente la marchesa apparve con Jela dietro. Era ancora così vestita, si conosceva che aveva pianto. I suoi begli occhi, gonfi dall'infiammazione delle lagrime, le davano su quella improvvisa emaciazione del volto una commovente fisonomia di malata, che strinse il cuore del conte. Se non che, malgrado tutte le raccomandazioni della zia, la quale voleva condurla loro innanzi come un giudice, ella si avanzava come una colpevole, atterrita dalla propria innocente simpatia per Buondelmonti e dal sentimento di quel gran torto in faccia al mondo. La sua inesperienza della vita non le permetteva di capire i vantaggi di moglie ricca ed offesa, profittando di quel momento, forse unico nella vita, per assicurarsi l'indipendenza.

Entrando si scontrò in un'occhiata con Enrico, e la tristezza della sua faccia le fece sentire l'angoscia di un nuovo pianto negli occhi.

—Non ti sei ancora svestita, carina?—esclamò il duca, ammiccando con la marchesa ed attirando Jela con un gesto.

—Son venuto ad invitarti per domenica: verrai con Enrico e la marchesa. Sapete benissimo, marchesa, che me lo avete promesso, non accetto scuse: d'altronde il pranzo è dato per Jela, che avrebbe ragione di offendersi. Ci sarà pure la contessa Guelfi, la contessa Ceri: guarda, inviterò pure Buondelmonti, che ti farà la corte, così ci divertiremo colla contessa. Enrico, tu lo permetti, non è vero? Non sei geloso? Poi Jela non crede che Buondelmonti sia bello.