Egli ebbe un gesto superbo, come non preso da quella generosità.
—Sei un angelo! Buondelmonti avrebbe ragione d'innamorarsi.—Ma si fermò, sentendo ritornare il conte Enrico.
—Dunque andiamo,—esclamò, facendosi d'un tratto frettoloso,—è già tardi, ci aspetteranno. Mi scordavo di dirtelo, ti rubo Enrico questa sera, ma te lo pagherò domenica. Siamo attesi, è un affare molto serio. Mi dispiace che pranzerai sola, ma infine la colpa non è mia; se non era la marchesa, saremmo già al convegno: quella donna è un ostacolo sempre. Sai, Jela, mi perdoni? Andiamo, Enrico.
E mentre Jela lo guardava cogli occhi attoniti, temendo di una qualche minaccia in quell'abbandono, egli cercava di rianimare il conte. Jela tremava senza ardire di negare o di cedere, incantandosi in una indecisione, che prolungava la loro fretta simulata, mentre la paura dell'isolamento a poco a poco la ripigliava. Prima lo aveva desiderato, poi non avrebbe voluto per cosa al mondo restare sola colla propria coscienza. Quindi un sospetto la sfiorò abbarbagliandola.
Il conte Enrico si era scosso, aveva trovato il cappello e si accostava per stringerle la mano: ella gliela abbandonò rabbrividendo, ma quando lo zio gliela serrò per la terza ed ultima volta, gli mise un tale sguardo negli occhi, che egli fe' un gesto per rassicurarla.
—Impossibile!
Ed uscirono quasi correndo, mentre Jela, l'occhio e l'orecchio sulle loro tracce, mormorava a bassa voce:
—Vanno da Ida!
Infatti era vero.