L'aria era pungente, la strada deserta.
—Non passa un fiacre,—disse il duca.
—Avete fretta?
—Io? per te. Sono otto giorni che Ida non ti riceve dopo averti invitato per l'indomani: figurati come ti desidera! Dovresti ringraziarmi della bontà.
Camminarono ancora in silenzio, poi il conte, che non voleva mostrarsi interamente battuto, riannodò la conversazione. Il duca era in un accesso di moralità, e stigmatizzava violentemente tutte quelle feste di beneficenza, una nauseabonda affettazione democratica per ingraziosirsi il popolo, il quale aveva il buon senso di non esserne grato e di rispondere con insolenze a quella carità diventata una pania di adulterii. Le signore, invece di assentirvi, avrebbero dovuto far ancora l'elemosina alla porta dei loro palazzi come una volta, un'elemosina, che aveva il doppio vantaggio di lasciare chi la donava e chi la riceveva al loro posto.
—Noi, ai nostri tempi eravamo più coraggiosi; voi altri, che avete fatto l'Italia e farete forse un giorno la repubblica, non osate nemmeno di essere signori. Ne domandate sempre l'amnistia alla piazza, o paolotti coi preti, o filantropi coi borghesi. Bah!—aggiunse sogghignando:—Ida ha ragione, è più onesta delle signore: almeno ha il coraggio di sè medesima.
Passò un fiacchero, vi salirono. Il duca seguitava a calcare sulla bassezza dell'aristocrazia, la quale vuol farsi accettare dalla borghesia e dal popolo, senza poter assimilarsi ciò che forma la loro natura e garantisce loro l'avvenire; ma a poco a poco condannava tutto il vizio, anche l'antico, perchè in fondo non vi si trovava un gran vantaggio. La gentina aveva ragione, la famiglia era il più gran trovato dello spirito umano; egli ci aveva pensato, poi l'orgoglio dello scetticismo libertino lo aveva rattenuto. E la sua voce aveva un accento così sincero, che finì per meravigliare il conte.
—Mi guardi? Se sono rimasto vedovo è la tua fortuna. Io mi lamento perchè sono un vizioso fortunato: non è permesso che ai ricchi di sentire veramente il vuoto delle ricchezze.
—Però non vi rinunciano.
—Troppo giusto!—ribattè colla sua stridente ironia:—Rinunciarvi prima di conoscerle sarebbe una scempiaggine, dopo averle conosciute cattive una malvagità.