Erano alla palazzina di Ida. Il valletto livreato in nero li introdusse nel solito salotto, ma Giustina, la cameriera di confidenza, venne loro incontro con aria desolata. La padrona, ritornata di un umore massacrante dal passeggio, le aveva ingiunto di rimandar tutti, anche il duca. Ella non l'aveva mai vista di un simile carattere: si era chiusa nella propria camera senza lasciarsi nemmeno spogliare, borbottando fra i denti, strapazzandola quasi ferocemente per avere osato una piccola osservazione. Ma la fisonomia sbiadita di Giustina si andava man mano rischiarando di una malvagia malizia in queste parole strascicate leziosamente, come per osservarne meglio l'effetto sul volto del duca.
—Si figuri che ha minacciato di cacciarmi via,—seguitò, appoggiandosi famigliarmente alla spalliera della poltrona.
—Non ti ha detto che cos'ha?
—Glielo avrei chiesto!
—Ma non ha pranzato?
—Ha detto che suonerà. È nella sua camera.
Il duca non aggiunse altro. Evidentemente non ardiva di rompere la consegna. Giustina, che non si era nemmeno voltata verso il conte, si accomodava con affettazione una piega dell'abito, un ricco avanzo della padrona. Il duca taceva, il conte in piedi, esasperato da quel tono della cameriera, stentava a frenarsi. Tutta la collera, calmata dall'aria fredda della notte, gli riavvampava nella coscienza; sentiva di esser preso a gabbo.
—Ma perchè non ordinate a quella scema di annunziarci?—rispose in francese al duca, che aveva scambiato seco uno sguardo furtivo. Il duca non pareva più quello, la vecchiezza lo aveva ripreso con tutte le sue tremule diffidenze.
—Sei pazzo!