Il conte, che si sentiva soffocare, accennò di andarsene, ma il duca si alzò, lo trasse alla finestra, e sempre in francese, a bassa voce, come se Giustina, che non ne sapeva un ette, potesse capirli, seguitò a spiegargli minuziosamente come la posizione non fosse delle più facili. Ida, furibonda per quella scena della lotteria mal riuscita, ne teneva loro il broncio colla solita logica delle donne, ma era tale da rimandarli. Purtroppo egli aveva dovuto accorgersi in cento altre occasioni come Ida mettesse una speciale vanità nella propria indipendenza. Ora non v'era forse che un solo mezzo di eludere la consegna.
—Prova tu: va innanzi con Giustina. È abbastanza strano che tu venga da lei questa sera a domandarle da pranzo: Ida capisce, si mette a ridere, e tutto è accomodato.
—Ma è quasi una viltà!
—Ecco la borghesia: un signore non si avvilisce mai con una donna, che paga. Finezze di spirito!
Il conte titubava.
—Se no, io la conosco, ci tocca uscire, e questa volta diventiamo ridicoli sul serio.
Giustina appoggiata coll'anca alla poltrona nell'atteggiamento di un garzone di caffè, li ascoltava, indovinando senza intenderli ed aspettando, uno de' suoi piaceri favoriti, che il duca agli estremi la consultasse umilmente.
—Introduci il conte, io l'aspetterò qui,—le disse.
—Uhm!—fe' squadrandolo con diffidenza.