—Introducetemi,—questi ripetè seccamente.

Giustina senza affrettarsi fissò ancora il duca, dondolando la testa come per dire che accettava, ma tutto sarebbe inutile. Il duca rimase aspettando. Quello che aveva detto al conte sul carattere inflessibile di Ida, purtroppo lo pensava sinceramente; ma l'idea di servirsi di lui, dopo lo scandalo del giorno, per vincere il capriccio bizzoso della fanciulla, gli parve uno scherzo così trionfante, un'abilità così inimitabile, che se ne compiacque.

—È strano!—mormorava, parendogli di attendere da un pezzo. Poi si fermò dinanzi ad una litografia del Pollice Verso del Gérôme, si voltò due o tre volte verso la porta, si risedette, tornò ad alzarsi.—Che cosa le dirà quello sciocco? Eppure è così facile!—Ma riflettendovi bene, non gli veniva lo scherzo per far sorridere Ida, mentre le parole del conte: «è quasi una viltà» gli tornavano agli orecchi. Finalmente intese il rumore di un passo femminile; era Giustina.

—Venga, venga,—esclamò ridendo:—sono tutti e due seduti sulla sponda del letto.

—Oh!—gridò, correndole incontro con uno slancio giovanile, poi si fermò:—Ha scritto anche oggi?

—Il capitano? scrive tutti i giorni, la signora ha gettato la lettera senza neppure aprirla, deve essere sul camino.

Il duca raggiò.

—Sai, servimi sempre così,—disse pigliandole scherzosamente un pezzo di guancia tra l'indice ed il medio:—sei una bella ragazza!—E leggero, col passo di vent'anni, il volto ilare, entrò spalancando l'uscio nella camera di Ida.

—Giuseppe e madama di Putifar!—proruppe allegramente baciandole la mano,—vi sorprendo, sciagurati.