—Debbo invitarvi a pranzo anche stasera?—ella chiese dopo un istante.

—È un'elemosina.

—Già, nell'elemosina vi è sempre uno che si abbassa,—e il suo sguardo cadde sul conte, che trasalì; ma si levò di scatto e chiamò:

—Giustina! il pranzo? sono le otto; è incredibile come si sia mal serviti. Apparecchia su quel tavolo; non è vero, signori, che si sta meglio qui che nel salotto? Ma sollecita, questi signori hanno fame.—E si girò verso il conte, prendendogli di mano il libro, col quale l'aveva sorpresa sul letto, e che egli non aveva ancora aperto.

—Che cosa leggevate?—domandò il duca, che conosceva le tendenze letterarie della fanciulla, per lusingarla.

—Un libro di Lewes, splendido. Ha ragione: nulla è più facile che drammatizzare un fatto, nulla più difficile e diverso che concepirlo dramma. Victor Hugo drammatizza sempre, eppure è un genio. L'arte moderna non ha che tre drammi sublimi: l'Amleto di Shakespeare, il Tristano e Isotta di Wagner e La Faute de l'Abbé Mouret di Zola. Farò un dramma anch'io.

—Per il teatro? Musica o poesia?—domandò il conte con una leggera inflessione di scherno.

—Nè l'uno nè l'altro. Non lo farò per il teatro, ma in teatro. A proposito, è per domenica l'ultimo veglione?

Giustina rientrava in quel momento col valletto per apparecchiare la cena. Ida tornò a sedersi sulla sponda del letto, presso il conte, col duca ai piedi semicoricato sulla pelliccia d'ermellino. La camera alta, illuminata da due candelabri di bronzo a tre branche, si assopiva in un raccoglimento severo. I muri parati di stoffa azzurra, incorniciata da liste di bronzo inverdito, si alzavano in un'ombra nera fino al cornicione della volta, pieno di dorature e di arabeschi come la cornice di un immenso quadro, nel quale si scorgeva appena il sottanino rosso di un guerriero, qualche elmo, una bianchezza femminile perduta in una bruma di tramonto, in alto, fra una nuvola greve. Era una camera di palazzo antico, più vasta di un salone moderno, occupata la maggior parte da un letto di ebano incrostato d'avorio. La sua testiera, lavorata prodigiosamente, saliva riunendosi in una mensola da tabernacolo, con un'apoteosi di arte e di ricchezza. L'ebano aveva perduto il lucido, l'avorio si era ingiallito, ma dalla mensola, come dall'altezza di un trono, un piccolo Apollo di marmo sfolgorava di un candore immortale sotto un baldacchino di trine drappeggiate a minime pieghe, che lo raccoglievano come sotto una cappella cristiana dal lusso minuzioso e femminile. Una lampada antica di bronzo doveva ardergli tutta la notte dinanzi. E un'immensa coperta marezzata, dai bagliori cilestri, si arrovesciava dal letto, coprendone il lavoro meraviglioso con una frangia a ghiande alternativamente bronzee ed azzurre sino sul tappeto di una tinta bruna come le pareti. Il letto era posto sopra un gradino; a' suoi piedi, secondo il costume campagnuolo, una vecchia cassa di quercia intagliata sopra un piedestallo di panno turchino, con una grande chiave cesellata nella toppa e il coperchio aspro di un paesaggio, al quale gli anni avevano dato qua e là una lucentezza metallica, sembrava trattenergli le onde seriche; mentre ai fianchi, dal lato di Ida, una pelliccia di ermellino, ad orlo di seta cerula, conservava sulla innocente candidezza le orme leggiere della donna, e dall'altro una pelle di leone, colla testa fra le zampe, si stirava sul tappeto le unghie dorate con una vivezza di brace. Il leone aveva una pantofola da uomo in velluto cremisi sulla testa. Un camino di marmo nero, carico di ninnoli e difeso da una saracinesca di ottone, in faccia alla grande cassa intagliata, spiegava una pompa di incrostazioni a colori gemmei, pieni di fosforescenze e di bagliori. Tutti gli altri mobili, il piccolo armadio con due figure rilevate nei medaglioni dello sportello, e i due canterani a lato del camino, erano antichi, in quercia, a placche di acciaio annerito. Una psiche enorme metteva nell'angolo un chiarore notturno di lago; una lunga ottomana di raso rosso, davanti al lavabo in marmo nero a forniture di argento cesellato, accendeva in quel crepuscolo marino una vampa sanguigna d'incendio, mentre l'ombra vellutata di quell'azzurro si addensava con una mollezza di fumo, chiazzata dalla bianchezza degli origlieri ricamati in cilestro del nome di Ida, drappeggiandosi lungo i cortinaggi chiusi, ritraendosi ai solchi delle candele su per le pareti e sui mobili, addolcendo quella ricchezza quasi austera malgrado le bizzarrie moderne della gran mantenuta.

Ida adorava quella camera, che le costava un tesoro ed era il suo capolavoro, poichè vi aveva tutto discusso e curato dalle piccole scansie, a fianco del letto, in corno ed avorio, alle scimmie di Norimberga, grandi e piccine, che si arrampicavano per tutti i cordoni del baldacchino sino dentro a guardare l'Apollo colla adorabile brutalità del loro grugnetto lascivo. Una scimmia, la più grossa, si chiamava Mynos. Nel camino agonizzavano poche brace dietro la grata d'ottone, a saracinesca, agitando una iridescenza di sorrisi sui nicchi del marmo. La camera, tenuta con uno studio eccessivo, prendeva dal lusso femminile del talamo il proprio sesso, poichè nessun altro oggetto, nessun oblio di vita o di toeletta vi tradiva la donna. Era bene la camera di Ida colle crudezze logiche del suo pensiero e la maschile fantasia della vanità, il suo primo sogno realizzato, quando l'abitudine dell'opulenza non gliene aveva ancora calmata l'ingordigia. Ogni mobile vi rappresentava la ricchezza potente di un'aristocrazia, che sa di essere imperitura e si fa una barriera del proprio lusso al lusso provvisorio dei borghesi; ma ella li aveva comprati un po' dappertutto, pagandoli a un prezzo assurdo, sapendo che sarebbero sempre una ricchezza. Ida non conosceva ancora la gracile eleganza e la effimera pomposità del lusso moderno; d'altronde lo detestava. I suoi ninnoli, i sopramobili erano capi artistici, copie in marmo o in bronzo: non accettava nè maioliche nè porcellane, fasto di rigattieri; aveva appena fatto grazia a quelle scimmie per l'antitesi heiniana di circondarne il suo Apollo greco, urtando così il primo e l'ultimo termine della fisonomia umana. Ma le contraddizioni del suo carattere scoppiavano qua e là in quell'ammobigliamento, cui la filosofia di Poe non era estranea; all'Apollo pagano, che sostituiva la Madonna a capo del letto, sublime nella serenità della propria bellezza, contrastava sopra il camino con una bellezza più ineffabile un Ecce Homo del Guercino con i capelli biondi come l'oro ed il viso stravolto dalla passione; mentre sotto di esso un puttino di marmo, tutto moderno, un birichino in brandelli, le mani strette al seno dal freddo, stringeva pure il revolver preferito di Ida colla canna a rabeschi dorati, il calcio d'avorio e la sua cifra in oro. Nessun profumo di alcova, nessuna mollezza sensuale temperava quella sontuosità di mobili ad angoli retti, con modanature così taglienti, che bisognava sfiorarli guardingamente.