Ida celiava, Giustina e il valletto avevano apparecchiata la cena sopra il piccolo tavolo, miracolosamente intarsiato, fra la grande cassa ed il camino, ed aspettavano un cenno della padrona per servirla. Ma ella pareva essersene dimenticata, con un piede abbandonato nelle mani del duca e la testa quasi sulle spalle di Enrico, mentre la lunga veste da camera, rosea a trine bianche, di una leggerezza di nuvola e di una trasparenza quasi aerea, stava come per gonfiarsi ad ogni suo atto e sfiorare i volti di quei due uomini, che obliavano i loro rancori in un incanto di desiderio.
Ma in un impeto di risa Ida cadde rovescioni sul letto, il conte le passò una mano sotto la cintura.
—Ritirate quella zampa, cattivo gatto.
—Bianco,—esclamò il duca.
—Che? i gatti bianchi cogli occhi cilestri sono sordi, lo ha scoperto Haensinger. Poi i vostri occhi hanno la limpidità cristallina dei gatti, che morranno di tisi;—ma invece di sollevarsi ella gli si aggravava sulla mano col seno gonfio della sonorità di un riso voluttuoso. In quell'atteggiamento il piede, che il duca le teneva tra le palme, le si alzò scoprendo la caviglia rosea fra la nebbia rosea della veste. Il duca si levò ginocchioni, il conte Enrico le si curvò sul collo, tutti e tre ridendo nel riso scabro di quella scena; ma ella, che rideva più forte, a un tratto puntò la testa nel mezzo del letto e, ordinando loro di aiutarla, arrivò a distendervisi, adagiando il capo sull'origliere.
—Ho fame, volete servirmi, conte? Ma vi farete prestare i guanti di filo da Giuseppe; voi duca sarete lo scalco.
Malgrado la sua serietà di domestico ben educato, Giuseppe non potè trattenere una smorfia quando il conte gli chiese i guanti; questi se li mise, e chiamando il duca tutto ilare di quella follia, si fermarono davanti al tavolo. Il pranzo era di un'incredibilità capricciosa. Un enorme mazzo di fiori entro un vaso di argento massiccio, pieno di figure annerite dal tempo e sformate dalle ammaccature, occupava più che mezza la tavola, avvolgendola in un profumo di viole, che le gaggie disseminatevi come tanti occhi di falco fra quegli occhietti cilestri, irritavano con un'acrità di pimento. Il mazzo rotondo e convesso, allungava tutta la sua ombra sul tavolo, che ne restava bruno malgrado la frizzante candidezza della tovaglia. I bicchieri in cristallo di Boemia e i piatti in cristallo di rocca si discernevano appena nella loro bianca limpidezza, mentre le piccole forchette d'oro, fra tutto quel bianco pieno di iridi e di bagliori, avevano la dolce ricchezza di una ciocca di capelli biondi sulle spalle nude di una donna. Non v'erano che tre posti, uno in mezzo sulla cassa, e gli altri ai due lati. Alcuni barattoli dalle forme bizzarre si addossavano ad un compostiere guarnito di frutta rare, ananassi, fichi d'India, aranci di Singapore, perine montanare a grappoli, grosse come le nocciuole di un rosario, pesche di una biondezza femminile e con un sorriso di carni brinate, frammezzo a molte frutta candite dalla viscosità granulosa e gelata di cadavere. Tutto il pranzo si componeva di dolci e di paste, ammassate sopra un piatto enorme d'argento, entro un cerchio di bottiglie di liquori, nere come una cintura di piccoli cipressi intorno a una piramide sepolcrale. E lì presso una conca antica di Sèvres, smagliantemente colorata, pareva una barca piena di sandwichs, tutto il carico pesante di quel pranzo.
Il conte e il duca, che non avevano badato ai preparativi, esclamarono.
Essi avevano fame, quel pranzo era un'indegnità da parte di Ida, e non l'avrebbero servita; in nessuna casa del mondo si pranzava così. Ma Ida esclamò più di loro, perchè vi doveva essere un arrosto qualunque, un rifreddo e delle fragole.